—Dio mio, Dio mio, tu mi hai abbandonato!—E la misera giovinetta comprendendo come pur troppo non potesse isfuggire all'inesorabilità del destino dava sfogo all'immenso affanno in versando silenziosa lagrime amare.
Nulla oramai le riusciva sperare, ella aveva tentata ogni via, aveva esaurito tutti i mezzi suggeritile dal cuore per scongiurare l'avverso fatto, ora non le rimaneva che abbandonarvisi rassegnata.
Crudele necessità per chi ha tutta la coscenza dell'abisso nel quale irremissibilmente lo si vuol travolgere!
Intanto i generosi destrieri colle narici dilatate e penosamente respirando avevano divorato in men d'un'ora i venti chilometri che separano Milano da Magenta.
Batteva un'ora di notte ed il paese era affatto deserto.
I buoni villici riposavano nei loro tuguri le fatiche d'una giornata trascorsa nei rustici lavori dei campi.
La vettura attraversò Magenta e si fermò davanti ad un castello fabbricato sopra una sensibile elevazione di terreno, a circa mezzo chilometro dal paese; ora non rimane più di quell'edificio nessuna traccia, ma in quel tempo, le sue alte torri, il fossato che lo girava intorno, ed il ponte levatoio che si ergeva davanti all'ampio portone, richiamava alla memoria quegl'antichi castelli del Medio Evo la cui vista faceva fremere i vassalli del superbo Feudatario.
Fermata la vettura, Franz gettò un fischio che fu ripetuto da tutti gli echi della campagna.
In allora si intesero nell'interno del castello delle voci chiamarsi e rispondersi; dei lumi vanno e vengono rompendo l'oscurità; finalmente il portone girando con fracasso sui cardini si spalanca, il ponte levatoio s'abbassa e manda un cupo suono sotto il peso della vettura.
Franz si ferma davanti ad un ampio scalone dal quale scendono frettolosi due uomini muniti di torcie accese; d'un salto si fanno allo sportello; un sorriso malizioso si disegna sulle loro labbra e ricevono dalle braccia di Marco la giovinetta svenuta; indi senza profferir parola ritornano d'onde sono venuti.