Ben altrimenti del Beauharnais, pensava e operava di lontano Gioachino Murat, che si sottraeva al duro giogo del cognato, pur di giungere alle audaci sue mire: fare un'Italia per farla sua.
L'aura popolare, il favore dei poeti, le speranze dei Carbonari erano per lui che parlava del «riscatto d'Italia,» ed aderenti ne aveva anche in Milano; fra gli altri il capo della Polizia conte Luini, il generale Giuseppe Lechi, e quell'altro generale di Napoleone, il Pino, che per sè solo vorrebbe, nonchè un discorso, una monografia, un volume, tanto appare stoffa bizzarra di soldato, di avventuriero.... e di affarista.
Il Vicerè, gramo conoscitore d'uomini, se n'era fatto un nemico implacato e subdolo, relegando il suo orgoglio in un meschino presidio della Romagna.
Riuscito il Pino a tornare a Milano, si diede, per vendicarsi, anima e corpo al re di Napoli; e benchè provvisto, in mezzo alla generale miseria, di uno stipendio di 145 mila franchi all'anno, si attaccava come un polipo alle casse dello Stato, e pur brigando e congiurando contro il Vicerè, lo tempestava di richieste di fondi, di sussidi, di anticipazioni, di gratificazioni, e prostituiva la sua bella fama di soldato valoroso alla più ignobile avidità di danaro, ch'egli poi malamente profondeva al giuoco e colle donne.
Tuttavia, e forse, anche per ciò, era popolare: la moltitudine non vedeva in lui che l'eroe vincitore della Pomerania, della Spagna, della Russia; pareva alla gente che quel bell'uomo che sfoggiava teatralmente la divisa e le decorazioni, potesse essere anche un buon sovrano e «Viva Pino re d'Italia!» si ripeteva nelle conventicole dei mestatori, nelle osterie, per le piazze.
E il Pino, ringalluzzito, cominciava a ingannare anche il Murat dopo il Beauharnais, e lasciava gridare, e lasciava fare.... Perchè no? «Viva Pino re d'Italia» ripeteva in cuor suo. — Perchè no? — e così, prima blandito e adescato, poi, spiato e raggirato, cascava nelle trappole di quella parte dell'aristocrazia che aspettava coi desiderî, coi brogli e cogli imbrogli, l'avvento dell'Austria, e vedeva nel generale Pino, non già un re, neppure da palcoscenico, ma uno strumento per le sue stesse debolezze prezioso.
Solo il popolo, il popolino malaccorto, poteva credere ancora a quella pazza fortuna dei generali napoleonici, che dalle più umili origini erano saliti, per la via dell'armi, ai troni. A quei generali, a quei marescialli, venuti su dal nulla, tutto era stato possibile. Ma questo appunto non voleva la vecchia nobiltà, piena di sprezzo e di astio contro tutti quegli avventurieri, che le avevano tolto la sua vecchia supremazia — non solo non voleva ch'essi fossero gli eredi del loro autore, ma con la caduta di lui voleva sparissero anche gli strumenti della sua potenza, quei chiassosi affascinatori del popolo, che già troppo lungamente avevano sconvolte le cose d'Italia.
Frattanto, Austriaci e Inglesi s'inoltravano nel Veneto, nella Romagna, in Toscana; si avanzavano i Napoletani con non ben definite intenzioni. Il Vicerè dirigeva ai sudditi vibrati proclami, scongiurandoli a stringersi intorno alla sua insegna: «Onore e fedeltà» e il dì 8 febbraio 1814, avanzando da Mantova e da Peschiera, batteva gli Austriaci.
Il piccolo esercito italiano, mentre tutto rovinava intorno al colosso napoleonico, impavido ed incorruttibile, gli dava l'illusione di saper vincere ancora d'oltralpe.
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