Il Beauharnais, caduto Napoleone, si trovava davanti un fiero dilemma: o dar guerra o ritrarsi; imporsi per forza, in Milano, ai molti che più non lo volevano, o cedere alle insistenze dei congiunti che lo chiamavano a Monaco.

«La condotta del Vicerè — giudica uno scrittore sereno, acuto e coscienzioso — la condotta del Vicerè fu in quel punto morale per ogni verso, semplice, schietta, recisa, ma — aggiunge — terribile per gli Italiani. Non voglio, disse Eugenio a' suoi generali, a' suoi soldati, ai congiunti, alla consorte, ai nemici, non voglio pormi per forza a capo d'un paese che non mi desidera.»

E infatti, il 23 aprile, Eugenio stipulava una seconda convenzione militare che sanciva l'abolizione del Regno Italico, e la consegna ormai fatale del suo territorio all'Austria.

Nell'esercito costernato, invano tentarono gli ufficiali superiori di opporsi a questa dedizione. Eugenio si accomiatò dal popolo e dalla milizia con proclami nei quali vibrava una nota gentile, cavalleresca, civilmente umana. Se per noi ricominciava l'antica servitù, non ne era già egli l'autore: egli pure cadeva vittima del tristo destino d'Italia.

Oh! come ripensando alla calma fierezza di quell'uomo in quei giorni, e rileggendo le sue parole spicca a lui vicina dinanzi alla nostra mente la figura nobile e buona della principessa Amalia!

Lei, che aveva voluto che il figlio suo nascesse a Mantova, tra le ansie e i pericoli della guerra, perchè dalla memoria stessa del luogo nativo, fosse indotto ad amare l'Italia, lei, non esitava ora a consigliare al marito la via del disinteresse e delle nobili rinuncie.

È anche questa una provvida ricorrenza della storia: quando in basso come in alto rugge la tempesta, e si addensano miasmi di disonestà e di depravazione, chi deve rispondere dei gravi doveri di una corona, trova spesso in una donna la buona consigliera, la purificatrice, la degna alleanza e la salvezza.

Ma questa donna non è, non può essere, una che abbia carpito i favori del principe, che ne abbia distratto anzichè temprato il pensiero, che ne abbia spento i begli entusiasmi tra i dolci peccati....

No! No! Il regno di Aspasia è tramontato con Pericle! La salvezza non può venire dalla «favorita», dalla «bella» pel cui capriccio sovrani e popoli, correvano in altri tempi i rischi della rovina e del ludibrio.... Chi tutto salva è ben altra donna, una sola: la moglie, la madre, la compagna del presente e dell'avvenire.

Indulgenti e pietose, nella purissima intimità, negli ignorati sacrifici, nella santità degli affetti, donne auguste come Amalia di Baviera, al pari della donna più umile, esercitano un benefico impero d'amore sopra l'uomo amato. La moglie del principe, salva talora un'epica fama e decide di un periodo storico, delle sorti di un popolo, per quella stessa virtù del cuore, che alla oscura moglie dell'uomo di lavoro, suggerisce spesso, nel silenzio e senza che alcun lo sospetti, il franco e generoso consiglio che salva dalla sciagura lui, i suoi figli, la sua casa!