Si direbbe che non v'ha di soddisfatti se non gli Inglesi, che dopo essersi, durante venticinque anni di guerre, beccate a una a una tutte le colonie, ne restituiscono alcune per gran tratto di magnanimità, ma intanto si ritengono il Capo di Buona Speranza, la miglior parte delle Guiane, l'isola di Francia, altre isole delle Indie Occidentali, poi Malta e finalmente, a titolo di protettorato, le isole Jonie, tutti insomma i migliori punti d'appoggio, che assicuravano la loro indisputabile signoria sui mari Atlantico, Indiano e Mediterraneo.
Tant'è che il loro rappresentante, l'imperturbabile Castlereagh, era forse il solo, che, a braccetto coll'Austria, poteva andarsene soddisfatto dal Congresso, e se, sette anni dopo, credette bene di tagliarsi la gola, fu per tutt'altro, fu, vale a dire, perchè la signoria del cuore d'una donna è spesse volte più difficile assai della signoria dei mari, e l'amore, quando dice davvero, non comporta gli accomodamenti e i compensi, dei quali la politica può contentarsi.
Voi vedete, Signore, sotto quanti e diversi aspetti l'opera del Congresso di Vienna appare ed è, per larghissimo consenso d'opinioni, giudicata trista e biasimevole. In tale giudizio non si può a meno di convenire, nè bastano ad attenuarlo le poche deliberazioni che nel cosiddetto Atto finale di Vienna del 9 giugno 1815 riverberano principii umanitari e non soltanto calcoli egoistici d'interessi e d'ambizioni particolari, l'abolizione cioè della tratta dei negri, la libera navigazione dei fiumi e quella specie di galateo diplomatico, che credo sia vigente tuttora, per la gerarchia delle rappresentanze internazionali. Ci voleva altro a riscattar tutto il resto!!
E ciò che imprime un marchio anche più ripugnante sul Congresso di Vienna, e sullo strazio fatto da esso d'ogni ragionevole aspirazione nazionale di popoli, nel preteso assetto, che impose a tutt'Europa, salvo che alla Turchia (materia predestinata a brighe ulteriori e a cui lasciavano intanto martoriare la Grecia) ciò che imprime, per ragione di contrasto, un marchio anche più ripugnante sul Congresso di Vienna, è tutta quell'aria di perpetuo carnevale, che lo circonda, tutta quell'orgia continua di balli, di pranzi, di cene luculliane, in cui si profondono tesori; è quell'incetta universale di cantanti, di comici, di ballerine, di acrobati, di cavallerizzi, di ciurmadori, chiamati da ogni parte a rallegrare gli ospiti della capitale austriaca; è tutta quella giocondità spensierata d'amori e d'intrighi romanzeschi, tutto quello sfoggio d'eleganze, tutto quello scintillìo d'oro e di gioielli, tutta quella prodigalità di lusso, onde una folla d'imperatori, di re, di principi, di diplomatici, di militari, e insieme d'intriganti, d'avventurieri, di scrocconi e di giuocatori di vantaggio circonda un'altra folla (ben più geniale, se vogliamo), quella delle più belle donne d'Europa, fra imperatrici, regine, principesse, dame autentiche, dame di princisbecco, peccatrici di fantasia e peccatrici di professione, con ali aperte e ferme convolate dai quattro punti cardinali ad intrecciare i mirti di Venere agli allori di Marte, a mescolare le grazie, le dolcezze, le seduzioni, i piaceri, i liberi moti del sangue, della gioventù e della vita a tutta quella accigliata, pensierosa, compassata e inamidata solennità diplomatica, che avea il mondo sulle braccia e se lo voleva spartire, facendosi ognuno la parte del leone.
Trentamila franchi al giorno costava la sola mensa imperiale; quarantanove milioni di franchi l'Austria sola spese di suo in pompe, spettacoli e cerimonie, e questo è niente a petto allo sperpero di danaro dei più ricchi signori d'Europa, che o gareggiavano di lusso, o liquidavano patrimoni in una notte ai tavolieri da giuoco, o gli arrischiavano sui fondi pubblici, speculando anche allora al rialzo e al ribasso sulle sventure della patria, o li gettavano (meno male!) ai piedi delle deità femminili più in voga.
Se io potessi a parole far rivivere dinanzi a voi quel grande quadro, quel caleidoscopio così vario di feste e di spassi non mai interrotti, che rallegrò la società cosmopolita, raccoltasi a Vienna tra il settembre del 1814 ed il giugno del 1815, e rimasto poi un ricordo incancellabile, di cui son piene le Memorie e le Lettere posteriori di molti fra gli eroi e le eroine di quella lieta gazzarra, un ricordo che, a guisa di strascico luminoso, rischiara ancora le ombre e consola ancora le inevitabili mestizie della loro memore vecchiaia, potrei sperare, pur con un simile argomento alle mani, d'intrattenervi molto piacevolmente in quest'ora, che m'è assegnata, certo più piacevolmente di quello che riferendo le discussioni precedenti al trattato e analizzando il contenuto dei 121 articoli dell'Atto finale del Congresso.
Due grossi volumi ne ha riempito il De La Garde, uno dei tanti giramondo, che vi assistevano da dilettanti, e framezzo a molti errori grossolani di fatti e di nomi e a molte inutili chiacchiere, che oggi non possono aver più alcun valore, l'opera sua ha una certa importanza, perchè il De La Garde riferisce, con riverenza di discepolo, i giudizi, i racconti e le impressioni del suo Mentore in quell'occasione, che era il famoso Principe di Ligne, un vero sopravvissuto del secolo XVIII, un vero rappresentante, già quasi ottuagenario, dei costumi e della sensualità frivola, gaudente, ma schietta e sincera d'una società già finita, perchè v'era passato sopra nient'altro che il turbine della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche.
Bene o male, il Principe di Ligne s'era acconciato anche a queste; ed ora, compiuta ormai la sua lunga carriera di guerriero, di diplomatico e di avventuriere di gran lignaggio, e cinghiate alla meglio le vecchie membra nel suo uniforme onorario di feld-maresciallo austriaco, senza più fede nè illusioni negli uomini, ma conservando sempre una gran tenerezza, purtroppo alla sua età disinteressatissima, per le belle donne, ed ora, dico, amava (forse per gratitudine) che esse almeno si divertissero più che era possibile, avessero pure ad andarne a rifascio tutte le politiche di questo mondo.
S'era quindi fatto esso pure promotore e ordinatore instancabile di quella successione di feste, che non soffriva mai nè respiro, nè ripetizioni, ed a chi si lagnava che, oltre alle discordie dei potentati e dei diplomatici, anche questo continuo svago impedisse ai lavori del Congresso di camminare, il Principe di Ligne rispondeva: « non cammina, ma balla! » Consolazione da filosofo del secolo XVIII! Il giocondo vecchio nel dicembre del 14 morì, da pari suo, d'un'infreddatura presa all'uscita d'un ballo, e ne' suoi ultimi momenti, dopo d'avere raccomandato che gli scrivessero sulla tomba:
Ci gît le prince de Ligne: