Mi parrebbe ora, del resto, di considerarlo così. Ottantadue anni sono passati, grande spazio di tempo in un'età, come quella dal 1789 in poi, in cui i periodi storici si vanno via via restringendo quasi metodicamente, la vita dei popoli si affretta come quella degli individui, il decennio surroga il secolo, e un breve volger d'anni sembra contenere in sè tutt'un'epoca storica.
Anche le passioni, che il Congresso di Vienna suscitò, si sono calmate; l'opera sua, di cui tante volte si annunciò la fine, senza che in realtà fosse vera, è oggi finalmente e veramente distrutta. Ricorderete che in Italia non ci fu governuccio provvisorio, sorto dai moti popolari fino al 1859 e durato magari ventiquattr'ore, il quale per prima cosa non bandisse ai quattro venti: i trattati del 1815 hanno cessato di esistere, e questo medesimo luogo comune della rettorica rivoluzionaria italiana si ripetè in Francia con singolare perseveranza, dal Guizot sotto il regno di Luigi Filippo, dal Lamartine nel 1848, da Napoleone III nel 1863. Ma l'opera del Congresso di Vienna, che pur s'era venuta sgretolando via via, non finì tutta in realtà che nel 1870.
C'erano però voluti più di cinquant'anni, e qual è l'imbroglio diplomatico, che possa esser sicuro di durare altrettanto?
Finita dunque l'opera del Congresso di Vienna, anche gli uomini, che v'ebbero parte principale, il Metternich, il Talleyrand, Alessandro I di Russia, sono cadaveri quatriduani, che non destano più nè odii, nè amori. Il successore dello Czar ascolta oggi in piedi e col cappello in mano la Marsigliese, una graziosa macchietta, di cui ha tanto riso il Tolstoï; se per le strade d'Italia noi ricantassimo oggi:
Io vorrei che a Metternicche
Gli tagliassero la testa
E per farne una minestra
Alla moglie del suo re,
nessuno ci darebbe retta o probabilmente l'eco ci risponderebbe coll' Inno dei lavoratori; se rievocassimo infine il Girella di Giuseppe Giusti col suo:
Tenni per àncora