Le cause predisponenti del brigantaggio erano numerose: alcune sono scomparse, qualcuna ancora permane.
La prima, la vera, la grande causa era la miseria.
Alla vigilia della rivoluzione francese, nel 1786, il reame di Napoli aveva appena 4,800,000 abitanti. Ora il reddito del reame, in un'epoca in cui le industrie erano scarse e pochi i commerci, era tenue: era un reddito quasi esclusivamente agrario, quale potea venire da un paese a cultura estensiva e in gran parte pastorale. L'intero reddito dei feudi era calcolato a oltre 4 milioni di ducati, esenti da tributi e i feudatari aveano innumerevoli diritti, l'uno più gravoso dell'altro per i cittadini. Di oltre 2000 comuni appena 384 erano demaniali, cioè dipendevano direttamente dal Re. Il numero dei famigli e dei dipendenti dei baroni, che applicavano i diritti feudali senza scrupoli, era eccessivo: eccessivo più ancora il numero delle pretese. Circa 10 milioni di ducati prendevano sotto ogni titolo gli ecclesiastici, e il loro numero sommava a oltre centomila, cioè vi era un ecclesiastico per meno di ogni 50 abitanti. Popolazione enorme e improduttiva, non forse però più enorme di quello che sarà fra breve il numero dei professionisti usciti dalle università, dei diplomati delle scuole secondarie, spostati desiderosi di impieghi e quindi bisognosi di mutazioni.
Quale poteva essere la vita del popolo? Una vita grama e stentata; una vita di miserie e più ancora di depressione morale. In alcuni feudi i baroni erano implacabili nel pretendere che il molino fosse un loro monopolio; e il pane si cuoceva sotto la cenere ed era negato ai contadini ciò che hanno anche le popolazioni più misere e meno progredite.
«Il brigantaggio — conchiudeva tristamente l'on. Massari — diventa in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie.»
Le genti dell'Italia meridionale, risultato delle mistioni di razze sì varie, hanno forse da tanti incroci, forse più ancora dalla rapidità loro nell'ideare, una vaga tendenza alla vita di avventure. Vi è, sopra tutto nelle genti di Basilicata e di Calabria un senso di misticismo inconscio, che invade l'anima popolare.
Non è il misticismo gentile e delicato, che penetrò l'anima di Francesco d'Assisi: ma un misticismo rozzo e quasi selvaggio, com'è quello che dovè albergare nell'anima di Gioacchino di Fiore, il calavrese abate Gioacchino, che esercitò appunto il suo rude apostolato nei monti di Basilicata e di Calabria.
In quelle aspre regioni ogni paese, ogni zona, ha il santuario lontano, in cima ai monti; chiese perdute tra i boschi, o costruite su antiche caverne, abitate da pellegrini o da santi. Si va ai santuari, dopo aver digiunato, pregando per via, qualche volta con i fiori in cima alle canne, gli umili fiori dei campi e dei boschi: molto spesso si va a piedi nudi, salmodiando e orando. Lunghi cortei di uomini e di donne salgono le erte faticose fino ai luoghi da cui si spazia l'orizzonte lontano. Nei lunghi pellegrinaggi il misticismo si trasforma; diventa qualche volta desiderio di avventure. Il pellegrino è ora più che non si pensi il precursore dell'emigrante; in altri tempi era il precursore del brigante. Nulla di più naturale che, nelle lunghe notti vegliate, nelle lunghe vigilie, nell'incontrarsi con genti nuove, sorga un bisogno di andar lontano e di espandersi. La terra maligna, che dà la febbre e uccide, discaccia. La razza sabellica ama l'intrapresa e l'ignoto; la Basilicata, che non ha la quarta parte della popolazione di Toscana, manda fuori di Europa assai più del doppio di emigranti all'anno. Senza dubbio la causa più profonda e più generale è la miseria; ma io non oserei dire che non vi sia in molti casi un bisogno di tentare e di cercare.
Ricordo, come se fosse ora, un vecchio contadino del mio paese tutto bianco, ma diritto tuttavia come un abete delle montagne. Andava al Brasile: non possedeva che cinque lire e il biglietto d'imbarco; non sapeva leggere, non avea nessuna nozione dei paesi dove si recava. Sapeva solo che altri della sua terra vi era stato. Gli chiesi da qual parte fosse il Brasile: mi rispose solo che era lontano, assai lontano che non si potea misurare quanta fosse la lontananza. E mi accennò con la mano in aria, come per indicare qualche cosa di strano e di indeterminabile. Quando gli domandai che cosa avrebbe fatto: — E chi lo sa? — mi rispose con la profonda filosofia meridionale, così piena di fatalismo e di tristezza; e non volle dire niente più. Avrebbe lavorato, avrebbe goduta quella che gli pareva la grande ricchezza, cioè mangiare fino alla sazietà, come a Natale, come a Pasqua; sarebbe morto forse.
Le anime inquiete non potendo far meglio ora emigrano; allora l'unica professione possibile per chi non volea rassegnarsi a una vita bestiale era il brigantaggio.