Com'è naturale, non avendo mezzi di esprimersi nè colla stampa, nè con forme di rappresentanza, gelosamente vietate dai regimi ristabiliti, il malcontento pubblico s'avviò verso i metodi della cospirazione. Trovatosi ad un tratto come chiuso in una camicia di forza, dopo avere passato parecchi anni sotto governi inspirati a principî più o meno tumultuosi di libertà, il popolo italiano non seppe acquetarsi a così improvviso e così duro mutamento d'istituzioni; molto più avendo la coscienza di essere stato anche prima piuttosto vittima che complice degli avvenimenti. Non potendo manifestarsi alla luce del sole, senza pericolo di prigione o di capestro, cercò le vie sotterranee. E ne avvenne ciò che avviene di quelle terribili sostanze aeriformi, che, trovandosi chiuso il passaggio per le viscere della terra, prorompono e diventano terremoti.

Di lì quel carattere speciale di monotonia, che impronta di sè la politica degli Stati italiani, dal 1830, anzi addirittura dal 1815 fino al 1846.

Ad eccezione di uno solo, in tutti quegli organismi governativi non parve penetrare durante tutti quegli anni verun pensiero. Parve anzi che l'unica ed accanita preoccupazione di quei regimi fosse la guerra al pensiero, sotto qualunque forma e da qualunque compagine uscisse. Mentre tante novità sorgevano e si discutevano in Europa, dalla ricostituzione della Grecia a quella del Belgio, dalle insurrezioni iberiche all'insurrezione polacca; mentre tante questioni nuove di amministrazione e di governo balzavano lucidamente dalla virile eloquenza dei Parlamenti di Francia e d'Inghilterra, in Italia una sola attività prendeva il posto di tutte, un'attività di spionaggio e di polizia. Ricostituiti sull'unica base di un interesse dinastico, quegli Stati non ebbero dunque altro proposito che di mantenere la base. Purchè la casa del Principe fosse tranquilla e ben provveduta, l'interesse pubblico non esigeva di più. Se di questa situazione qualche Principe abusava per uscire dal proprio diritto e violare, a danno dei sudditi, i doveri della moralità e dell'onestà, l'unica conseguenza era la necessità di una maggiore oculatezza, talvolta di una maggiore ferocia negli stromenti di polizia, per reprimere sdegni legittimi propositi di resistenza. Al postutto, le solidarietà nel male erano assicurate dall'interesse comune, e su tutte stendeva la sua indulgenza irresponsabile e sistematica la politica protettrice del principe di Metternich.

Nulla dunque distraeva quei ministri di Stato dall'esclusiva cura di perfezionare i metodi della polizia. E i dispacci di tutti quegli ambasciatori, quei consoli, quei diplomatici, diretti dalla suprema saviezza dei Canosa, dei Riccini, dei Lambruschini, arieggiano rapporti di questura, piuttosto che avvedimenti di uomini politici. Ora si tratta d'impedire un colloquio sospetto fra la marchesa Camerata e il prigioniero Duca di Reichstadt, ora di indagare le relazioni personali dei membri della famiglia Bonaparte in Roma, ora di vigilare perchè Achille Murat non si muova da Londra per lidi ignoti. V'è perfino un progetto di deportare tutti i liberali al di là dei mari europei; progetto che si ruppe unicamente contro la ripugnanza manifestata dai governi di Torino e di Firenze.

Centro di tutta questa reazione appassionata ed imprevidente fu soprattutto il seggio pontificio, sul quale, al principio del 1831, era venuto ad assidersi, per intrighi austriaci e spagnoli, un monaco d'illibati costumi, di mente corta e di pregiudizi fanatici, Mauro Cappellari della Colomba.

Rappresentato, ne' suoi rapporti di governo, da due personaggi, egualmente fanatici, il cardinale Bernetti e il cardinale Lambruschini, tutta la sua vita politica fu una lotta fiera e sanguinosa contro i suoi sudditi; sui quali fece pesare replicatamente l'onta dell'occupazione austriaca, richiesta ad ogni stormir di foglia e accordata anche più volonterosamente che non si chiedesse.

Di questa politica tutta a base di persecuzioni, di repressioni e di supplizi, si mostrava fiero censore un forte uomo politico italiano, Pellegrino Rossi; il quale scriveva al ministro degli affari esteri di Francia: «Se voi sapeste come tornerebbe agevole soddisfare i voti di queste popolazioni, senza nulla riversare, nulla snaturare! Tutta la parte sana non domanda che un poco d'ordine e di buon senso nell'amministrazione. Che s'impianti un governo assennato, e issofatto i demagoghi si troveranno isolati e impotenti.»

Ma questi consigli della ragione, dei quali parecchi governi italiani, e prima e poi, avrebbero dovuto sentire l'opportunità, non tornavano a grado del governo austriaco, gran consigliere e gran protettore di Gregorio XVI; poichè il cardine fondamentale della politica metternicchiana in Italia fu sempre d'impedire che i principi indigeni accettassero progressi di legislazione; allo scopo di poter dimostrare che le provincie amministrate meglio erano quelle governate dalla Casa d'Austria, e trarne così, agli occhi dell'Europa, titolo a rendere sempre più durevole e più esclusiva l'influenza austriaca nelle cose della penisola.

Sicchè i metodi del Bernetti e del Lambruschini continuavano a trionfare contro tutti gli sforzi dei cospiratori interni e contro le timide rimostranze della diplomazia europea. Continuava lo scandalo delle dilapidazioni e dei favoriti, continuava la preminenza nelle cose dello Stato ora del barbiere Moroni, ora del colonnello Freddi, ora dell'agente austriaco Sebregondi, ora del prete Abbo, spergiuro e infanticida. In questa vergogna di cose s'andava rapidamente spegnendo ogni prestigio della sovranità temporale esercitata dal Sommo Pontefice; tanto che, fin dal 1837, l'inviato sardo a Roma, marchese Crosa, non si peritava di scrivere al conte Solaro della Margherita: «È qui comune idea fra le persone che spingono lo sguardo nel lontano avvenire, il pensare che qualora prosegua in questo paese l'attuale ordinamento di cose, debba col tempo aver luogo qualche crisi essenziale; e la ipotesi la più plausibile sarebbe quella di vedere la gran Roma ridotta alla mera supremazia ecclesiastica, non conservando che l'ombra del temporale....» Il sagace diplomatico piemontese intravedeva già, fra gli errori e fra gli orrori del tempo, la soluzione soddisfacente, e, senza confessarlo a se stesso, tradiva il pensiero che, dalla tribuna parlamentare, avrebbe proclamato, ventiquattr'anni dopo, Camillo di Cavour!

Per allora, nulla si mutava e nulla si voleva mutare nello Stato Pontificio, a cui soltanto avrebbe dato una scossa, di proporzioni impreviste, il Papa futuro del 1846. Alle potenze europee, preoccupate di questa perpetua alternativa fra rivoluzioni e reazioni, la curia romana prometteva riforme, col preciso proposito di non attuarle; e i diplomatici d'allora si rassegnavano ad essere ingannati, come si rassegna sempre la diplomazia ad ogni inganno che serva alla pace d'un quarto d'ora.