Sei pur bella cogli astri sul crine!

Ma di lì a pochi mesi, minacciato di morte come carbonaro, si salvò travestito da officiale inglese e andò a Malta. Dal vascello inglese che lo recava nell'esilio malediva «il re fellone». Poi, a Londra, rabbrividendo sotto la nebbia eterna, rimpiangeva il sole del suo Mezzogiorno; ma quando gli veniva in mente a qual caro prezzo di libertà e umana dignità i suoi concittadini se ne godessero i raggi, preferiva durare a soffrire:

O Britannia venturosa,

Trista nebbia, è ver, t'ingombra,

Ma quest'ombra orror non ha.

Sii di luce ancor più priva

Pur ch'io viva in libertà!

Là a Londra andava, dopo la carcere austriaca, Giovita Scalvini bresciano, che a quel clima non resse, e ne riparò in Francia. Meditava sull'amara lezione, si accorgeva che le congiure non basterebbero a suscitare la nazione tutta, e al poemetto L'Esule affidava così i suoi dolori come gli ammonimenti: — No, l'Italia non leverà l'infermo fianco da terra senza il poderoso braccio della sua plebe. —

E là a Londra, del pari, il modenese Pietro Giannone, che carcerato due volte non aspettò la terza; improvvisatore come il Rossetti, esule come lui. Da Londra, nel '27, è datato il suo Esule, romanzo storico in versi, sui carbonari emiliani, in cui confessava d'aver troppo sovente sacrificato al cittadino il poeta; santo sacrificio, quando l'arte voleva e doveva riuscire arma di guerra. Dopo aver tanti anni tribolato senza casa e senza tetto, senza refrigerio, ostinato nel peccato dell'amore di patria, come bene cantò di lui il Giusti, morì, voi lo sapete (e forse tra voi mi ascolta chi gli fu gentile consolatrice) qui a Firenze, tra noi, nel '72.

E là anche a Londra, Giovanni Berchet. Nato a Milano il 23 dicembre 1783, aveva cominciato la sua vita di poeta, a venti anni, traducendo nel 1807 dall'inglese del Gray le maledizioni e le tremende profezie scagliate dal bardo gallese, superstite a tutti i trucidati compagni, su Odoardo I invasore e carnefice, innanzi di precipitarsi dalla rupe ne' flutti, subito dopo compiuto quel suo canto postremo. Si direbbe un simbolo profetico della Musa dello stesso Berchet. E intanto satireggiava con eleganza su' funerali e sull'amore, secondo la tradizione pariniana, rinnovata allora dallo Zanoia e dal Manzoni medesimo ne' sermoni: ma più gli era giovamento, e nella vita, per gli offici, e nell'arte, per l'avanzamento del gusto, tradurre ancora dagli stranieri, il Visionario dello Schiller, il Vicario di Wakefield del Goldsmith, rimpiangendo nella prefazione di questo libro, che tanto bene potrebbero fare i romanzi, e nol facessero, e che il buffone alle spese della virtù avesse più fortuna che il moralista. Così nel 1809 invocava (e qui l'augurio profetico va sul Manzoni) che l'Italia imitasse pe' romanzi buoni l'Inghilterra. Ora, nel Vicario è una ballata che il Berchet tradusse in polimetro; d'un pellegrino che chiede ricovero a un eremita; e questi, impietosito dal dolore di lui, lo ricetta, lo ascolta, finisce con l'accorgersi che è una fanciulla; ed ella gli narra allora come già derise Edevino che l'amava; onde Edevino disperato andò a morir nel deserto, ed ella ne cerca la tomba a morirvi sopra: naturalmente si riconoscono, e fan pace. Chi pensasse ad alcun che di mezzo tra il Bardo del Gray e l' Edevino del Goldsmith, un poemetto cioè in cui lo spirito del canto politico fosse infuso nella forma d'una ballata affettiva, avrebbe ciò che riuscirono le romanze patriottiche del Berchet.