Oh! no, Signore, il principio inesauribile della nostra ammirazione è nelle qualità essenzialmente estetiche che Alessandro Manzoni ha profuso nelle pagine del suo romanzo: lo troviamo in quel quadro ideale al quale ho accennato più sopra. Qui egli è veramente grande, perchè tocca le parti più nobili, più delicate, più spirituali dell'animo nostro.

IV.

Numeriamone alcune: per esempio l'ironia e l'umorismo: quale grande ironista il Manzoni, quale umorista incomparabile!

Carlo Cattaneo lasciò scritto che forse nessuno scrittore aveva mai saputo fondere in un amplesso la musa della satira e la musa della pietà. L'irenismo e l'umorismo del Manzoni sorvola su quello di tanti altri scrittori, perchè, dato il suo sorriso e talvolta anche dato il suo sogghigno, che potrebbe parere crudele, noi sempre vi sentiamo palpitare una profonda pietà umana, che investe l'animo dell'artista e che lo fa pietoso di quei dolori, di quei difetti e di quelle miserie che egli ha fatto segno alla sua ironia e alla sua satira.

L'ironia manzoniana consiste quasi sempre nel fare intravedere, senza formalmente indicarlo, il contrasto che è tra l'apparenza e la sostanza delle cose, tra i nomi e i fatti. Prendete un esempio: alle prime pagine del romanzo il povero Don Abbondio, incontra i due bravi che gli fanno quella tale minaccia. Chi sono questi bravi? I bravi erano dei malviventi, o sfaccendati o di proposito birboni, che si mettevano allo stipendio di qualche signorotto, vendevano la loro pelle e si facevano ministri delle loro prepotenze e dei loro soprusi. Ma come mai in una società civile e governata da leggi potevano esistere dei bravi? Oh la società civile aveva provveduto perchè bravi non ci fossero!... E qui il Manzoni comincia una narrazione la quale, all'apparenza, somiglia un brano arido di memoria erudita. Sì: le società, il governo provvedevano, avevano anzi provvisto da un pezzo. Difatti fino dal 1582 (vedete bene che le cose vanno indietro e che il male dura da molto tempo) l'illustrissimo ed eccellentissimo signor Duca Don Carlo d'Aragona, Principe di Castel Vetrano, Duca di Terranuova, ecc., vieta (qui l'autore legge la grida) nel modo più assoluto il mestiere di bravo, stigmatizzandolo e minacciandolo delle più grandi pene affinchè la mala pianta sia subito estirpata. Ma, prosegue sempre in vena di umile cronista il Manzoni, pare che questa grida non producesse tutti gli effetti desiderabili, perchè appena sei mesi dopo ecco che vien fuori un'altra grida.... pene anche più gravi con nomi anche più rimbombanti, con minacce. Ah, questa volta poi i bravi saranno stati estirpati.... Ma nossignori!... Passano uno dopo l'altro governatori intestandosi sempre con quella filza di nomi gentilizi, ripetono sempre le medesime minaccie ognuna delle quali pare che debba indubitatamente estirpare la genìa dei bravi.... ma poi, conclude il Manzoni, pare che dei bravi ce ne fossero ancora, perchè Don Abbondio viene fermato da due di questi.

L'ironia del Manzoni è fatta appunto di questa bonomia, la quale penetra a fondo e ricerca le più intime facoltà dell'essere nostro per modo che non solo la ragione ma anche il sentimento si mette dalla parte dell'ironista; e questo ironista ci sentiamo obbligati ad amarlo. Anzi vi dirò di più; quest'ironia continua, onde il Manzoni persegue tutte le fasi del suo racconto, produce un curioso effetto nella immaginazione di noi lettori, ed è che il vero protagonista del romanzo non è Renzo, non la buona Lucia, non fra Cristoforo, non l'Innominato, non il Conte Zio, non Federigo. Il vero protagonista dei Promessi Sposi è lo stesso Manzoni, il quale è sempre lì colla sua faccia bonaria e arguta ad effondere la sua ironia e il suo umorismo, a dare a tutti gli avvenimenti che si succedono una specie di suggello personale, nel quale e per il quale i caratteri e gli avvenimenti del romanzo assumono davanti alla nostra fantasia un significato così vivo, così parlante, così palpitante. E questo, diciamolo di passaggio, prova una volta di più (se mai ce ne fosse bisogno) quanto siano sciocchi coloro i quali avrebbero voluto elevare a regola fissa, anzi a dogma indeclinabile la consuetudine che l'autore debba sempre nascondersi dietro il proprio racconto, e guai se un momento si arrischia a far capolino! Dobbiamo lasciare a tutti più ampia libertà. Proscrivere l'intervento diretto dell'anima dell'autore stesso nel racconto, la significazione del suo pensiero, l'effusione del suo sentimento, sarebbe un diminuire il gran campo dell'arte, un rompere, uno spezzare una delle corde che vibrano più simpaticamente nelle narrazioni delle gioie e dei dolori della famiglia umana. Un'altra grande qualità manifesta il Manzoni nel suo racconto, ed è la sobrietà. Egli sorse e scrisse in un periodo che fu detto il periodo dello sforzo e della tempesta. C'è qualche cosa di agitato e di violento, che si rispecchia nello stile degli scrittori. Gli scrittori passano volentieri il segno, esorbitano facilmente, qualunque sia il tema che essi trattano. Il Manzoni invece si accampa sereno in mezzo a tutti questi agitati: e tra l'enfasi del Foscolo nell' Ortis, e le declamazioni dello Chateaubriand nei Martiri, spiega una meravigliosa sobrietà.

Io paragonerei il suo romanzo ad un gran quadro di pastello, dove il colore è molto sobriamente distribuito, ma questa sobrietà fa poi sì che quando arriva il momento delle pennellate ardimentose, queste hanno un rilievo ed una potenza formidabili. 11 padre pio e glorioso della prosa moderna era stato Gian Giacomo Rousseau a cui tutti avevano attinto; e lo stesso Manzoni non di rado ci fa ricordare che anch'egli ha letto il Rousseau. Ma quanto egli, anche in questo, si differenzia dagli altri! Con Gian Giacomo Rousseau tutti hanno esagerato, per esempio, l'intervento della natura nei racconti; e la esagerazione dura ancora; anzi in alcuni romanzieri modernissimi l'esagerazione è arrivata ad un punto, che ormai non si può più tollerare. Sono capaci di fermarvi a mezzo di un tragico avvenimento, per descrivervi il vento che brontola per di fuori, la luna che splende sul lago, o per descrivervi minutamente i giuochi di riflesso e d'ombra che fa un raggio di sole entrando fra i drappi di una portiera. Alessandro Manzoni ebbe certamente un concetto più sobrio e più vero dell'intervento della natura nei racconti umani. Egli pensò, e giustamente, che l'azione della natura sopra di noi è immanente; noi la sentiamo sempre questa natura che ne circonda, i suoi fenomeni e le sue leggi; ma una cosa è sentirla, altra è avvertirla. Il contadino, per esempio, che vive sempre in mezzo ai campi, avrà nell'anima il caldo e lo splendore del suo sole, sente nelle vene vibrare l'aria salubre del colle e del piano, ma non date mai al contadino meditazioni e contemplazioni sentimentali della natura, perchè mostrereste di non conoscerlo. Più l'uomo è in diretto contatto della natura, più egli si ferma a quella immanente impressione sopra di lui, e meno dà luogo a considerazioni riflesse. Il Manzoni, nel descrivere, ubbidisce sempre a questa legge. Ma quando arrivano certi momenti nei quali c'è proprio bisogno di far avvertire la unità vivente e indissolubile dell'uomo col luogo dove è nato, dove si è svolta la sua mente e il cuore, dove ha palpitato il primo palpito d'amore, dove ha avuto i primi terrori e le prime speranze, allora ecco che interviene la descrizione manzoniana; ed è così viva, così esatta, così potente nella sua sobrietà, che voi subito avvertite che quella descrizione non è inutile perchè completa e corona il dramma vivente che si sta svolgendo. Ricordatevi la descrizione del cielo di Lombardia, la mattina seguente all'orrida notte che il povero Renzo ha passata alla campagna, tra il freddo e la paura, fuggendo da Milano.

V.

E dite lo stesso di tutti gli altri sentimenti che governano i personaggi del racconto. Nei Promessi Sposi, per esempio, dove si passa a traverso a tante iniquità, dove la ragione e il cuore tante volte hanno motivo di ribellarsi, voi trovate che delle imprecazioni e dell'invettiva è fatto un uso moderatissimo. Appena un momento nel palazzotto di Don Rodrigo al termine del famoso dialogo fra lui e fra Cristoforo. Quando il ribaldo signorotto, non contento di avere meditato un'iniquità osa ancora alla presenza del frate di affermarla con una cinica alterigia, allora fra Cristoforo alza e inalza inveendo la mano che Rodrigo afferra di subito.... Ma egli non la dimenticherà più mai; quella mano alzata egli la vedrà ancora, sogno della notte terribile in cui dormendo avrà i presentimenti della peste che già hanno invaso il suo miserabile corpo. Poi via. Il frate è tornato padrone di sè; e il racconto rientra nella sua pacata sobrietà, nel suo andamento tranquillo. Ma quanto risalto, quanta potenza viene appunto da questa tonalità abitualmente calma quando vengono quei rari momenti in cui l'autore assurge e si libra a qualche affermazione potente.

E così dite dell'enfasi. Voi l'enfasi non la trovate mai nei Promessi Sposi, e sì che di enfasi e di voli enfatici erano piene le carte ai tempi del Manzoni. Ho ricordato lo Chateaubriand e Ugo Foscolo, il quale era pure uno degli autori che il giovine Manzoni aveva letto e ammirato e che dominavano sul gusto dei lettori. Appena un momento, quando sono in presenza il Cardinale Federigo e l'Innominato l'enfasi si fa sentire. Il Cardinale parla a questo terribile uomo un linguaggio di ragione animato, ordinato, calmo. Ma quando si avvede di avere espugnato le ultime resistenze di quell'anima, quando vede la terribile testa dell'uomo del delitto chinarsi umiliata e vinta sopra le sue spalle, quando sente che le lacrime del peccatore pentito scorrono silenziose sulla castità della sua porpora, allora l'anima del sacerdote si effonde ed alza a Dio un'apostrofe, che potrebbe parere di una tonalità un po' inverosimile, ma non è. Voi sentite invece in quel momento l'uomo, anzi il prete, che ha l'anima piena della lettura dei libri sacri, del Vangelo, delle omelie; e parla a quel modo perchè sente a quel modo, nè potrebbe diversamente parlare. E così dite del patetico. Il patetico aveva tante occasioni di sprigionarlo e farlo trascorrere a grandi fiotti, attraverso la sua narrazione. Ma se l'avesse fatto, io penso, la narrazione non avrebbe avuto nemmeno un decimo dell'efficacia che ha sull'animo nostro. Disse bene Cicerone: «le lacrime presto inaridiscono». Guai allo scrittore che abusa delle lacrime! Nelle emozioni più vive e profonde c'è qualcosa di sacro; e un vero artista deve accostarsi ad esse con rispetto e con mano sobria. L'anima umana ama di nascondere quello che è in lei di più intimo e di più geloso. Anche nei Promessi Sposi arriva il momento in cui il patetico trascorre. I due poveri giovani non hanno potuto raggiungere il loro intento. Si lasciano persuadere dalla buona vecchia a sorprendere Don Abbondio, a maritarsi per forza o per frode. Ma il vecchio prete, sorpreso in canonica, reso audace dalla sua paura, butta il tappeto del tavolino addosso alla timida Lucia e le impedisce di dire le parole sacramentali. Per il matrimonio mancato cresce in loro la paura di Don Rodrigo. La difesa di fra Cristoforo non basta più. Lo stesso Cristoforo dice: «Via figliuoli, non c'è tempo da perdere.... Andate.» E se ne vanno di notte, montano sopra una barca e si allontanano lungo il fiume per raggiungere la sponda opposta del lago. È una notte tranquilla, la luna illumina tutto il paese. I disgraziati profughi, seduti nel fondo della barca, hanno l'anima occupata di terrore e tristezza. Lucia guarda dalla barca, vede il palazzotto di Don Rodrigo che lassù a mezza costa pare un ribaldo che in mezzo a dei poveri addormentati vegli meditando un delitto. La fanciulla ritrae inorridito lo sguardo e come per consolarsi cerca giù giù nel paesello la sua casa, e arriva a scoprire la cima dell'albero del fico che le sovrasta, e a scoprire la finestra della sua cameretta verginale.... Allora uno schianto di lacrime esce dal cuore di Lucia. Abbassa il volto sulla palma della mano, appoggia il gomito sulla sponda della barca e rimane silenziosa.... Allora il poeta interviene: «Addio, monti sorgenti dall'acque....» Chi di voi non ricorda quel passo delizioso per averlo letto o nel romanzo o in qualche raccolta? Ma notate che il Manzoni par quasi voglia farsi perdonare questo suo momentaneo abbandono di sentimentalità, e subito ammonisce il lettore: Badate, questi non furono veramente i pensieri della buona Lucia e degli altri due; saranno stati di quel genere. E quasi con una nota ironica verso sè stesso, il poeta rimette la narrazione nel suo naturale andamento e nella sua intonazione normale. Confrontate questo addio poetico col pietoso racconto di Cecilia, la povera madre che porta le figlioline morte sul carro dei monatti. Avrete la medesima arte meravigliosamente efficace nella sua sobrietà.