Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva un tempo acceso i primi fuochi della Riforma, era giunto nella Chiesa di Roma al guadagno quotidiano. Basti rammentare che fino per la benedizione delle bestie il calendario notava il suo giorno: quello di Sant'Antonio; e si davano candele e si pagavano quattrini; e il privilegio, poichè tutto era privilegiato, di benedire asini, porci e capre lo godeva la confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai[1].
Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri che venivano nella metropoli e fosse rallegrato il popolo ( dare panem et circenses ), alle feste sacre si alternavano le feste profane.
Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine, invitavano ai campi; ma poichè l'agro romano non si allieta di floridezze agresti, le gite avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle botti o nei legni a quattro posti le minenti, avvolte le spalle ampie e matronali nei fazzoletti di seta dai colori vivaci, col seno opulente, costretto da una vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini e fermezze d'oro. In altre carrettelle, divisi dalle minenti, sedevano i popolani, con le giacchette e i calzoni di velluto. Sul cappello fiori: e un cantare, un gridare, uno stamburare da per tutto. Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli, il sangue scorreva: le guardie del Papa non se ne curavano.
Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali romani. I carri con le maschere si commentavano come avvenimenti: le battaglie di fiori e confetti servivano per accendere gli amori, e sullo scalinone del palazzo Ruspoli nel Corso andavano a sedere, nascoste dalla maschera, signore nobili e belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei barberi entusiasmava il popolo, e i moccoletti spenti e riaccesi l'ultima sera come una miriade di lucciole illuminavano la morte del buon umore. Dopo, quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio tollerato qualche nuovo reggimento francese o una gabella di più, che il divieto del carnevale.
Si tentava così di distrarre verso le esteriorità delle feste l'animo dei romani: si dava sempre pascolo all'occhio perchè il cervello non avesse tempo di pensare. Guai, se avesse pensato!
Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli più odiosi si concedevano ai favoriti del clero. Tutto e tutti dovevano cedere alla tirannia del prete, che con la forza della religione dominava nelle pareti domestiche, con la forza del governo sulle vie e sulle piazze. Non solo l'atto, ma la parola, il pensiero, il sentimento erano spiati e sorpresi e violentati; una mano di ferro intollerabile comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata, la vita pubblica sepolta, le attività intellettuali imprigionate, gli affetti domestici insidiati. Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma l'eccezione conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice, eseguì in 68 anni 517 pene capitali; le prigioni rigurgitavano; gli esilî erano quotidianamente comandati.
Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per l'eccesso del bere, reazionario, freddo, crudele, proibiva gli asili d'infanzia, non permetteva la costruzione delle strade ferrate e financo vietava ai vetturini di percorrere più d'una determinata distanza al giorno.
Con questa mente e con questo cuore, governava i Romani. Il suo primo ministro un tiranno: il cardinale Lambruschini; il suo favorito un volgare: Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il cardinal Tosti.
I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a principi e cardinali pesavano aspramente sul popolo; l'erario era esausto; s'imponevano nuove gabelle, la rapace mano regia colpiva fulmineamente i cittadini, e non si esitava a contrarre debiti all'enorme tasso del 65 per 100.
Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, soffocati dalla reazione più crudele, successero la carestia e il colèra del 1837.