Io mi domando, non senza un brivido di sconforto, se valeva la pena che di sette Stati ne avessimo fatto uno, per poi discutere se questo Stato così laboriosamente formato, debba o non debba occupare il posto che moralmente e materialmente gli spetta!

I miei avversarî — una ben nudrita coorte, in verità! — mi chiamano megalomane; e l'ingiuria mi giunge al cuore dolce come una lode.

Sol chi nulla fece per la patria negli ultimi sessant'anni del movimento nazionale, chi nulla mai per essa sofferse, chi nulla le sacrificò, può far getto di nobili e sante ambizioni, che dovrebbero essere patrimonio comune ad ogni cuore italiano.

Vigiliamo, dunque: gli uomini di buona volontà, i patrioti sinceri si uniscano e concordi attendano a prevenire i pericoli che minacciano l'unità della patria, mettendo in guardia le plebi contro le vane lusinghe e le grossolane seduzioni, ed avviando l'Italia nostra a quella grandezza senza la quale essa non ha ragione di essere, anzi non può essere.

E noi vogliamo che l'Italia sia!

I MOTI TOSCANI DEL 1847 E 1848
LORO CAUSE ED EFFETTI

CONFERENZA DI NICCOLÒ NOBILI.

L'autore di questa conferenza non potè rivederne le stampe, perchè la morte lo incolse prima che il suo scritto vedesse la luce.

Del Senatore Niccolò Nobili, molti ricorderanno, oltre alle benemerenze civili e patriottiche, la gentilezza dell'animo e l'amore agli studi: di che la Società nostra ebbe più d'una prova, mentr'egli fu Presidente della Deputazione Provinciale, che concesse liberale ospitalità alle Letture nella Sala di Luca Giordano.

Correva l'autunno del 1845 quando in tutti i ritrovi delle città di Toscana e specie di Firenze, che ospitava gran numero di emigrati pontifici, l'argomento delle discussioni cadeva generalmente sopra le esorbitanti condanne pronunziate da una Commissione straordinaria in Ravenna. A quei parlari più liberi seguì tutto ad un tratto un dir sottovoce, con frasi tronche e interrotte, come se per l'aria ci fosse qualche cosa di misterioso e di grosso. Si parlava di armi giunte in Livorno, portate nascostamente a traverso la Toscana e introdotte nella Romagna papale. Si diceva che accordi fossero intervenuti tra le città delle Legazioni e delle Marche, che la fiera di Sinigaglia ne avea offerto il mezzo; che si voleva far pro del malumore suscitato dalle condanne ravennati e che tutto era fissato per una contemporanea rivolta. Ora se ne dava il giorno come sicuro, ora si diceva che nulla stava più bene, perchè da Rimini era venuto un contrordine e che, di ciò offesa, una parte dei cospiratori era rientrata in Toscana.