E intanto la marea popolare pian piano saliva e salendo si ordinava: uscivano giornali; si aprivano circoli; le provincie fraternizzavano colla capitale; mentre da parte del Papa il 19 aprile si concedeva a mala pena una Consulta di Stato, estremo limite di riforme per lui in quel momento, principio invece di ben più larghe riforme per tutti gli altri; principio insomma d'un equivoco ancora latente, ma che al Rossi pareva non dover tardar molto a chiarirsi, sicchè osservando quelle continue dimostrazioni popolari, dal genio tribunizio di Ciceruacchio improntate già quasi di un carattere di disciplina e di simmetria militare, a chi si compiaceva di quel bell'ordine: «fin troppo bello, rispondeva, perchè rassomiglia già ad un'organizzazione!» E per un dottrinario alla Guizot, come molti lo giudicano, vedea abbastanza bene, mi sembra, la realtà sotto le apparenze!
La debolezza del governo si palesava poi ogni giorno di più colla mancanza ovunque di sicurezza pubblica e con brutti torbidi in Roma fra una classe e l'altra d'operai o fra plebe ed ebrei, con forte sospetto, che fossero sobillati da austriacanti e gregoriani. Ed ecco domandarsi a difesa la Guardia Civica, istituzione, che noi abbiamo vista divenir ridicola e poi a poco a poco svanire, ma che allora era importantissima, uno anzi degli articoli di fede del Credo liberale.
Non volle saperne il cardinal Gizzi e si dimise. Tutt'al più avrebbe consentito a rifare i Centurioni alla Bernetti. Che cime d'intelligenze anche allora fra certe aquile del Sacro Collegio!! Ma quella del Gizzi era essa una dimissione od una fuga?
Siamo alla vigilia del primo anniversario dell'amnistia, ed il popolo, si può credere, s'apparecchiava a festeggiarlo più che mai. Ad un tratto, che è? che non è?... voci paurose si diffondono che l'Austria, d'accordo coi cardinali più avversi a Pio IX, coi Gesuiti e coi retrivi, trama di suscitare gravi disordini nell'Italia centrale per pescarvi un pretesto d'intervento e farla finita subito con tutto questo tramestìo riformista, che le puzza forte di rivoluzionario; i peggiori arnesi della vecchia polizia pontificia sbucano dal guscio delle loro paure e si mostrano di nuovo per Roma baldanzosi, insolenti; essere accorsi, dicevasi, briganti e borghigiani di Faenza, avanzi di sanfedismo, pronti al sangue e al saccheggio; monsignor Grassellini, governatore di Roma, di balla con essi; non altro aspettarsi che l'opportunità di agire.
Ciceruacchio ne è informato; fa sospendere e rimandare tutte le feste già preparate; raduna i suoi seguaci più fidi; rincorre i sanfedisti; alcuni arresta, altri sbanda, altri costringe alla fuga; mette insomma il campo a rumore; ottiene un armamento provvisorio della Guardia Civica; fa destituire ed esiliare il Grassellini; s'incomincia un processo, la trama è sventata, ed il Gioberti può senz'altro paragonare Ciceruacchio a Cicerone, quando salvò Roma dalla congiura di Catilina.
Tuttociò era avvenuto a vista ed a saputa di tutti; un proclama del nuovo Governatore di Roma l'aveva ufficialmente confermato. Eppure, lo credereste? Questa, che si chiamò allora la gran congiura di Roma è da moltissimi scrittori negata; da altri tenuta in conto d'una fantasmagoria insignificante, che solo l'immaginazione popolare ingrossò, da altri infine è mutata addirittura in una cospirazione dei liberali contro i retrogradi.
Due circostanze però, messe ora in piena luce, chiariscono il mistero: l'una è la contemporaneità d'un simile tentativo in altre dieci città italiane, l'altra è l'occupazione improvvisa di Ferrara per parte degli Austriaci il 17 luglio 1847.
A questa avea preceduto l'offerta d'intervento armato nelle quattro Legazioni fatta dal Metternich a monsignor Viale Prelà, nunzio a Vienna, avversissimo a Pio IX, e confermata in Roma al cardinal Gizzi dal conte Lutzow, ambasciatore austriaco. La quale offerta è provata dalla corrispondenza diplomatica dei due residenti inglesi di Vienna e di Firenze con Lord Palmerston e da quella del Conte di Revel, ambasciatore di Sardegna a Londra, col suo Ministro degli esteri.
Non accettata l'offerta, fu tentato provocar l'intervento, eccitando tumulti nell'Italia centrale, con che quella vecchia volpe del Metternich si proponeva due fini, come apparisce dalle sue lettere e dalle sue Memorie, l'uno che se il tentativo riusciva si percorreva al solito in sembiante di restauratori dell'ordine mezza Italia e tutto era finito; l'altro, che se il tentativo non riusciva, la brutale violenza dell'occupazione di Ferrara avrebbe provocato in modo il sentimento degli Italiani, che il riformismo, messo in voga da Pio IX, avrebbe per forza dovuto strapparsi la maschera e lasciar prorompere la rivoluzione e la guerra, e allora bazza a chi tocca, ma almeno s'avrebbe avuto di fronte un corpo, una cosa salda, e non un'ombra inafferrabile, e in ogni modo gli si sarebbe piombato addosso, mentre era ancor debole, scompaginato e, nell'opinione del Metternich, assai più impotente di quello che si mostrò in realtà.
La cosiddetta congiura di Roma è dunque veramente esistita, e grande o piccola che sia stata, un'ignobile bricconata fu di certo e tutta opera del Metternich, degli austriacanti e dei nemici di Pio IX.