Le potenze centrali, Prussia e Confederazione germanica, si tenevano mute, avvinte all'Austria: Niccolò di Russia ricordava all'Europa di essere il depositario del 1815, il personale avversario delle Costituzioni.
Correvano presentimenti sinistri.
L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri; la Polonia rodevasi, debellata non vinta, e quel tricolore innalzato là, ai piedi delle Alpi, segnacolo di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno al quale si raccoglievano profughi e parlavano di nazionalità, di indipendenza; quel vessillo che copriva coll'allegria de' suoi colori festosi una costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione, una sfida.
Il Piemonte era il temuto ribelle!
Comporre negli animi la concordia, la fede negli ordini nuovi, rassicurare l'Europa serbando fede alla causa italiana, preparare Re, parlamento e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte una coscienza patriottica suscitandovi l'ardore dello spirito nazionale, infondere negli uni la confidenza e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere sovra tutti il magico alito della libertà, questo fu il grande, il magnifico pensiero di Cavour.
In questa coraggiosa preparazione è la principale opera sua, la vera opera sua. La sua azione in quel tempo fu tanta e così potente, che avvinse la storia.
Essa dovette seguirlo ed obbedirlo.
Mostrò, allora, subito quel che occorreva.
Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, meglio un manifesto che un discorso, è programma di azione.
«Come starsene immobili?