Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto tempo, a un tratto si faceva vivo e riempiva delle sue idee tutto il mondo letterario italiano colle questioni della lingua nazionale. È una questione molto seria, o Signore: In che lingua debbono parlare gl'Italiani, parlare soprattutto e scrivere?
Dopo sei secoli di civiltà e di letteratura nazionale, il più grande e il più autorevole ingegno degli Italiani veniva fuori a mettere in dubbio nientemeno che lo strumento del nostro pensiero! E Carlo Tenca, che dal suo Crepuscolo vigilava tutte le forme e tutti i movimenti del pensiero italiano covando, per così dire, tutte le faville che rimanevano ancora della nostra vitalità politica, grandemente s'impensieriva di questa questione sollevata dal più autorevole degli scrittori. Anche i poeti dunque, e gli scrittori, avevano una nuova ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza. Si doveva attingere, come voleva Vincenzo Monti, dalla nostra lingua scritta e vivente, da tutta la collaborazione dei popoli italici e da tutti i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche il pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra letteratura? oppure si doveva, come voleva il buon Cesari, immobilizzare tutta la nostra lingua negli esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti ad affermare il Manzoni, era necessario costituire una specie di sede vivente in cui la lingua facesse sempre la sua prova vitale, e che potesse servire di modello perenne e di guida a tutti e di soluzione nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto, tutto questo non doveva contribuire a dare delle forme energicamente direttive per la espressione dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non è da stupire che tutti i poeti di questo periodo ne risentissero un influsso di incertezza e di titubanza. Uno fra loro, più sincero degli altri, lo confessò apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: «Le mie poesie furono dettate, come è facile accorgersi, sotto l'influenza di studi, di scuole e di gusti diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti delle forme.» — Poi soggiungeva: — «Ad ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani il cantare è una fatalità e dallo stesso dolore e dalle stesse miserie nostre abbiamo, per disacerbarle, eccitamento al canto.» E concludeva un suo sonetto con questo verso: «È vocale il dolor de la mia terra!»
Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo in cui spesseggiassero i poeti mediocri e minimi, fu appunto questo decennio.
E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo il quale faceva le prime armi e dava la prima promessa del suo ingegno bellissimo, che sarebbe stato destinato a successi trionfali se una tragica morte non lo avesse còlto nel pieno vigore dell'ingegno e dell'età. D'altra parte abbiamo dei poeti minori, non privi certo di pregio, che si compiacevano a seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ciò che aveva di più mite, di più mansueto, di più casalingo. Citerò solo Giulio Carcano di Milano, Emilio Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una grande irregolarità e licenza nei ritmi, e una grande povertà delle rime. Una delle necessità più vivamente sentita da chi abbia acuto e squisito il senso dell'arte, è quella di dare delle forme nettamente plastiche e precise ed euritmiche al componimento poetico. Invece in questo tempo si direbbe che dalla grande autorità del Leopardi si preferisce di dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la libertà indeterminata della strofa; libertà indeterminata che fomentava, aiutava una grande verbosità, nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle rime esse si andavano sempre più impoverendo; e non aveva torto un critico quando diceva che aprendo i libri di poesia di quel tempo (e sono tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando certe collezioni allora famose, per esempio l'«Ape romantica» di Venezia, e le innumerevoli Strenne di Napoli in cui tutta l'attività partenopea pareva che si concentrasse, diceva che con poco più di cento parole si sarebbe potuto determinare il rimario della poesia italiana!.... E questo, o Signore, che sembra un particolare secondario, è invece un segno grandissimo; perchè non vi è grande poesia senza una tecnica eletta insieme e ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento della strofa quanto nella scelta delle rime è o irregolarità e licenza indeterminata o povertà, potete star certe che anche il pensiero rimarrà in difetto, tutto il nisus della forma poetica sarà in decadenza. E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo avuto un vero e proprio risorgimento nella poesia italiana solo quando son ritornate in onore le strofe severamente corrette ed euritmicamente rispondenti alle loro parti, e quando è ritornata in onore la scelta della rima ricca, eletta.
Ma non è tutta verbosità vuota, non è tutta divagazione sentimentale la poesia italiana di questo tempo. Vi è qualche cosa di «meditabondo» nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero, e solamente nel campo del pensiero, perchè ormai l'azione era interdetta dalla servitù politica, si sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente. Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della lingua non è più ridotto a semplice scelta di frasi; si comincia a sentire la profonda vacuità della scuola del Cesari buona come antidoto, come egli lo chiamava, contro l'invadente francesismo del primo quarto di secolo in Italia, ma per sè stessa insufficente al grande ufficio della lingua intesa come strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima della Nazione. Dallo studio formale e superficiale della lingua si passava a un tentativo sempre più spiccato di penetrare a fondo nell'indole, nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a Torino, a Milano e altrove si cominciano a costituire delle scuole filologiche che pongono nel nostro terreno ottimi germi, i quali col tempo poi copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla filologia nella poesia vera e propria, e si comincia a tentare un più stretto connubio, una più efficace intimità tra la poesia pura forma e la sostanza del pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza indeterminata, e certi fini ben determinati e prefissi e certi alti ideali a cui l'arte doveva servire. La vanità della formula «l'arte per l'arte» va cadendo sempre più in discredito. Fu accolto con molto applauso, se non molto letto, un poema di Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi, il quale con degli sciolti veramente mirabili si era prefisso ed aveva in gran parte raggiunto l'intento di celebrare le più meravigliose scoperte dell'ingegno umano nelle industrie, e nella meccanica. Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dirò anzi, che si può considerarlo come una preoccupazione dominante allora negl'ingegni nostri. L'Aleardi, per esempio, vuole compensare più che può una certa vacuità che è nei suoi canti fantasiosi e sentimentali, e ricorre alla geologia e ricorre alla botanica. Si direbbe che già egli si prepari fin d'allora per il disperato cimento al quale si lasciò andare pochi anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico di Federigo Bastiat. Ebbe in questo un infelice compagno nel Martinelli bolognese, che volle con dei Sermoni dedicati a Marco Minghetti niente meno che dar forma poetica a tutti i teoremi della economia classica inglese. Anche Giacomo Zanella nel seminario di Vicenza sta maturando il suo ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo assai notevole a questo tentativo di connubio fra la poesia e la scienza: si prepara ad essere il futuro autore della Conchiglia fossile e del memorabile dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni Milton; si prepara ad essere, come disse con frase veridica Giosuè Carducci, il castigato, forbito ed eloquente cantore dell'industria e delle solennità del tecnicismo.
Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a questo decennio, perchè la sua fama doveva fiorire dipoi. Egli era destinato ad essere il poeta prediletto del decennio che seguì; doveva essere in esso il poeta favorito delle gentili dame, degli ingegni eleganti e soprattutto degli spiriti temperati che vagheggiavano di comporre in armonie superiori, degli elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano di queste armonie e si compiacevano di trovare nel prete liberale di Vicenza un degno e notevole aiuto di poesia e di arte.
Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte e investigato da ogni parte, voi dovrete venire a questa conclusione: che il decennio italiano che corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non ha che due poeti veramente notevoli: il Prati e l'Aleardi. Lascio da parte Niccolò Tommaseo, il quale meriterebbe uno studio a sè per la grande intensità e arditezza del suo ingegno poetico, ed è invece così poco noto e così mediocremente apprezzato. Lo lascio da parte, perchè anche egli diede i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente, e perchè egli si occupò soprattutto di studi filosofici e religiosi.
Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono i due poeti che signoreggiano l'epoca, e quasi vi regnano in solitudine.
Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue. Erano due tipi disparatissimi.
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