La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti. Le invenzioni e le scoperte mettevano sottosopra la quietudine antica. È in quei tempi che il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria e crea la opinione pubblica; che le macchine suscitano un mondo industriale, e il vapore e l'elettricità cominciano a mutare l'aspetto dei continenti e a trasformare sensibilmente gli ordini sociali.
La espansione nuova imponeva nuove forme di rapporti, e l'economia politica che già aveva rivelato tutta una serie di fenomeni inesplicati, si avvaleva di codesto espandersi, di codesto moltiplicarsi dell'attività e della ricchezza per reagire sull'assetto internazionale, sull'ordinamento interno degli Stati.
Studiando il tempo suo, Cavour previde che lo spirito liberale avrebbe eccitato l'opinione pubblica, stimolandola ad un'azione assai più grave e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere i famosi dottrinarii francesi. Gente di onestissimi propositi, ma impigliata, senza avvedersene, in una specie di mandarinato politico. Onde egli, non senza ironia, amava proclamarsi «juste milieu;» espressione messa alla moda da Luigi Filippo.
Ma il suo «juste milieu» egli non intendeva che fosse il fermarsi come che sia. Proclamerà un giorno in Parlamento che «i cannoni e le baionette non sbarrano la strada alle idee.»
Era convinto che il movimento non si poteva nè si doveva trattenere. Ogni ordine di cittadini, intervenendo omai nella colossale collaborazione, occorreva accertare in loro cospetto che la libertà non è mezzo soltanto, ma fine di alta moralità da conseguire.
Posto in questi termini il problema di governo, il cómpito dello Stato materialmente si disegna nel secondare e coordinare l'impeto del rinnovamento.
Si è perciò che Cavour fu tra i più convinti fautori del regime rappresentativo.
Le formule costituzionali, le due Camere, non erano per lui una formale asseveranza di diritti nominali, una convenzionale espressione della sovranità popolare, bensì un sapiente metodo di governo, in tempi di progredita coltura e di gagliarda espansione individuale.
Ma questo concepimento dello Stato moderno esige un popolo che abbia ferma coscienza della vita nazionale, e per ciò il Cavour, se non da prima unitario, fu certamente sempre un ardente fautore dell'indipendenza.
Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni alla nazionalità, — che la fallace resistenza ai moti del Belgio e di Grecia, lo stridore delle contese in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni e di battaglie, — ne traeva auspicii per la causa italiana.