Vittorio Emanuele salvò a Vignale la causa italiana. Il suo primo ministro di allora, Massimo d'Azeglio, preservò la costituzione dalla impotenza, lo Stato dall'anarchia.
In quei giorni Cavour ritornò alla tribuna parlamentare: sgabello o tripode, là è la fortuna dell'Italia nuova.
Diceva allora Cesare Balbo: «lo Statuto, null'altro che lo Statuto.»
Replicava Cavour: «lo Statuto con tutte le sue conseguenze.»
È la Rivoluzione fatta governo, che si modera per proporzionare i mezzi ai fini ed a ciascun giorno assegna il cómpito, risoluta, impavida, certa che nessun reggimento vale, se non è sincero fino all'estremo, checchè si dica.
Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo nuovo, nato proprio per il suo tempo. Non ha rancori nè pregiudizi.
Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione, non soltanto rinuncia allegramente al privilegio, ma si compiace che trionfi la dignità umana. Questo sentimento domina tutte le azioni sue: egli vi fonda le sue ambizioni di patriotta e di liberale.
L'avvenire della Società europea gli appare chiaramente a traverso questo lucido cristallo, e gli sorride che la patria sua sia esempio di dignità coraggiosa.
Così egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto popolare decora co' suoi entusiasmi.
Egli è già quel Cavour, che nelle imaginazioni e nei ricordi del popolo italiano vive in un chiarore, che splenderà finchè duri la memoria del nostro secolo.