Ad ogni, modo, ci pare quasi certo che i larici della Stella siano gli alberi viventi più in alto non solo dell’Europa, ma anche di tutte le catene attorno al Mediterraneo e sino alle isole Canarie, eccettuando forse il Caucaso. Nelle Alpi settentrionali non vi sono alberi sopra i 2450 m.; nel Delfinato, secondo Schlagintweit, crescono larici ed arole sino ai 2500 m., e nei Pirenei, sul Canigou, abeti rossi a 2410 m.; perfino il Juniperus fœtidissima, nel Tauro, non sembra superi i 2600 m. È vero che non sappiamo niente di sicuro sul limite degli alberi nelle Alpi Marittime ad ovest della Tinea; ma, stante la denudazione molto avanzata di quelle montagne, è molto improbabile che abbiano alberi sopra i 2500 m., tranne forse nel vecchio e bandito bosco della Sylve, sul fianco meridionale della Valle dell’Ubayette.
Rileviamo qui il fatto che la cresta della Stella si trova sul lato nord delle Alpi Marittime, quindi essa non ha più alcun rapporto col clima mediterraneo; inoltre è degna di nota (sebbene fortuita) la sua vicinanza alla più alta montagna delle Alpi Marittime, di cui non è che un contrafforte. Non è però difficile spiegare la straordinaria estensione in altitudine degli alberi sopra il vallone Lourousa: i fianchi della Stella formano un dorso diretto a nord-ovest, dai fianchi ripidi, ma non troppo precipitosi per impedire lo sviluppo di un bosco, e sempre più dolci man mano che si scende; vi mancano i burroni sassosi, le frane ed i canali di valanghe; i monti a settentrione ritengono i venti del nord, e densi vapori caldi salgono, quasi ogni sera, dalle sorgenti solforose verso oriente. Più importante ancora è il fatto, che il bosco della Stella è molto distante dall’abitato di Valdieri e poche decine di anni fa era accessibile con difficoltà; ora, da oltre trenta anni, esso fu lasciato e perfino ingrandito, affine di proteggere lo stabilimento delle Terme contro possibili valanghe e per offrire piacevole passeggio ai villeggianti. Esso occupa circa cento ettari, cominciando immediatamente dietro lo Stabilimento, dal quale un delizioso sentiero conduce per esso nel vallone Lourousa. Le radure prative, i solchi che servono allo scolo delle acque nella primavera, ed i dirupi che ne interrompono qua e là la continuità, aumentano il pittoresco del paesaggio, e permettono di gettare lo sguardo sui monti veramente colossali che s’innalzano d’attorno. Nella parte più bassa abbondano i faggi, tra i quali vedonsi esemplari di magnifico fusto, slanciati e diritti: uno dei più grossi porta sulla corteccia le parole «Dio grande» incise da un ammiratore. Più in alto cominciano a predominare gli abeti bianchi, generalmente molto regolari ed eleganti. Sopra i 1500 m. mostransi poi magnifici abeti rossi, e quindi i larici si fanno sempre più numerosi, finchè rimangono i soli rappresentanti.
Oltre al pino, ai due abeti ed al larice, le Alpi Marittime superiori vantano ancora tre conifere assai meno comuni.—Il tasso (taxus baccata), albero diffuso dalla Siberia orientale sino all’Algeria ed alle isole Azzorre e di cui nell’Inghilterra trovansi esemplari la cui età venne calcolata a circa 4000 anni, oggidì è dappertutto raro, cosicchè sparirà tosto o tardi dalle foreste. Nelle Alpi Marittime si trova sparso qua e là, tra 1000 e 1800 m. nei boschi di Mairis, di Libarè vicino a Venanzone, di Beuil tra il Varo e la Tinea, di Courmes (circondario di Grasse), ecc.; secondo il dott. Henry se ne incontrerebbero parecchi grandi tronchi nel basso vallone di Fontanalba, sopra Casterino, in mezzo ai larici, ed uno di essi misura 5 m. di circonferenza, ciò che corrisponderebbe ad una età molto ragguardevole tenuto conto del lentissimo sviluppo di questa specie, di cui ivi mancano affatto gli esemplari giovani.
Il pinus montana Mill., limitato ai sistemi montuosi centrali dell’Europa, con numerose e svariate forme, si distingue dal pino selvatico per il suo fusto più compatto, i suoi aghi pronunziatamente verdi, i coni ottusi e talvolta curvati, ecc. La sua forma arborea (f. uncinata) predomina sul versante spagnuolo dei Pirenei, mentre nelle Alpi è diffusa dal Ventoux all’Engadina. Nelle Alpi Marittime viene menzionata nelle foreste di Mollières, di Fremamorta, di Salèses, di Cavallé, delle Finestre e dell’Aution; trovasi anche, secondo l’Ardoino, sul Colle di Tenda, mentre noi non lo trovammo nel bacino del Roja, ma nella Valmasca (da m. 1750 sul fianco sud a 2150 m. nel vallone dell’Agnel) e su ambidue i fianchi del Monte Urno, ove cresce a 2100 m. insieme agli ultimi larici. V’è una delle varietà arbustiformi di questa specie, probabilmente la f. pumilio, la quale dalle Alpi, in cui non fu finora menzionata a sud del Delfinato, passa ai Carpazi, al sistema Sudetico ed ai Balcani settentrionali, mentre sull’Appennino, dalla Majella all’Aspromonte, cresce un’altra forma (f. magellensis, da taluni però considerata quale varietà nana del pino di Corsica). Gli esemplari che trovai sono arbusti alti da 1 a 3 m., con tronchi in parte abbastanza larghi e lunghi, però curvati in forma di S, con rami drizzati all’estremità, gli aghi mostranti un verde vivo, e coi coni radunati tre per tre (due orizzontali ed uno verticale). Il Dellepiane menziona foreste di Pinus montana sui fianchi meridionali dei Pizzi di Cornia e d’Ormea, sopra la Valle del Tanaro, quasi sino a 2400 m.
L’ arola (Pinus cembra) è, come il larice, un’albero di Siberia confinato, nell’Europa, alle Alpi ed ai Tatra, e facentesi sempre più raro. Però, nelle Alpi Marittime non è così raro come lo fa credere Ardoino, che lo menziona solo in pochi luoghi isolati, tra il vallone di Jallorgues sopra San Dalmazzo Selvatico e la Cima di Nauca sopra Fontana; sul fianco sud delle Alpi Ligustiche pare manchi affatto, eccettuati gli esemplari recentemente piantati a sud-est del Colle di Tenda; non credo poi che si trovi nelle valli di Vinadio. Quest’albero si trova qui ben raramente sotto a 1750 m. (in Val Gordolasca forse già a 1600 m.); è comune nei boschi di larici della Valmasca, ove rimonta quasi tanto alto che il larice, sul Monte Peiracuerta e sopra il vallone dell’Agnel (forse ad oltre 2300 m.), nella Valle dell’Inferno (sino a 2350 m. a sud-est del Lago Carbone) e sul fianco orientale della Val Gordolasca; trovasi poi nelle foreste del Borreone, del Cavallé, di Saléses e di Fremamorta (quivi sino a 2350 m.). Ma specialmente rimarchevole è la sua diffusione sul lato nord delle Alpi Marittime. Già nel 1892 notammo, nel vallone della Barra, dietro a San Giacomo, ad oltre 2000 m. sulle ripide creste laterali, alberi nerastri molto distinti dalle boscaglie di faggi ed ontani, che soli crescono sui fianchi inferiori; negli anni seguenti, ritrovammo lo stesso fenomeno nelle valli attigue, e riconoscemmo che tali alberi erano arole. Nel vallone di Monte Colomb, ove trovansi giovani boscaglie di faggi, al di sopra di questi da 1850 m. in su, vedonsi in molti siti le arole, sempre separate tra loro da spazi abbastanza grandi e spesso affatto isolate, raramente riunite in piccoli gruppi; sulle scoscese creste che dominano il gias Murajon, se ne vedono sino a 2350 m.; sulla cresta del Tor sino a circa 2400 m., ed a simile altitudine ne crescono numerose tra le balze sotto il Lago della Roccia, mentre mancano affatto nel vallone del Vej del Bouc. Nel vallone della Ruina, oggidì affatto privo di boschi, le prime arole si mostrano tra 1700 e 1800 m. sulla parete a sud del lago e sulla cresta orientale; sopra il bacino del Monighet soprano rimontano molto alto su ambidue i lati, specialmente sulla Rocca Barbis, sotto il Colle Chiapous, ove ve n’è una a 2400 m. Nei boschi di conifere attorno alle Terme di Valdieri non incontrammo arole, ma se ne trovano nel vallone di Meiris, insieme a larici, a sud del Lago Sottano (1850 m.) ed a 2000 m. sulle rocce vicino alla strada. Da questa diffusione dell’arola si potrà argomentare che in queste valli v’erano un tempo grandi foreste di tali alberi, rivestenti le pendici forse da 1600 m. in su; ora non ne sono rimaste che poche traccie nei siti più favorevoli od inaccessibili all’uomo.
Le boscaglie della regione alpestre si possono suddividere in quelle dei luoghi freschi e bene irrigati, ove predomina una grande varietà di cespugli a foglie caduche e in quelle delle secche pendici, costituite per lo più da una specie sola.—Le prime trovansi specialmente nei burroni umidi, lungo i rivi e su pendii non troppo ripidi, esposti verso nord; le più estese sono nelle vallate settentrionali, specialmente dietro al gias Murajon, nel vallone della Barra sotto il Prajet, sulla parete a sud del Lago della Ruina, sul fianco ovest di Val Pesio, ecc., mentre a meriggio della grande catena le trovammo meglio sviluppate nella Valmasca. La loro fisonomia è molto differente da quella delle foreste subalpine, rassomigliando esse piuttosto alle boscaglie di betulle nane della Lapponia. Scendendo dalle tristissime petraie dei circhi superiori, si giunge quasi all’improvviso in quei folti e freschi recessi di grandi arbusti verdi, il cui fogliame molto svariato, ma sempre abbastanza largo, mantiene l’umidità del suolo, cosicchè tra le muffe e lungo i ruscelli crescono alte erbe e felci, che mancano quasi affatto ai radi e secchi boschi di larici; gli animali vi trovano un sicuro riparo, le farfalle, gli insetti e gli uccellini animano questa vegetazione attraente, che nell’autunno brilla dei più vivi colori, mentre nell’inverno sparisce affatto sotto le nevi.
Nelle valli settentrionali è specialmente comune il faggio, che, sotto forma di arbusto, riveste pendici abbastanza ripide, nel vallone di Meiris (lungo la strada fino a pressochè m. 1850), sul Matto dietro le Terme di Valdieri, nel vallone di Monte Colomb (a m. 1700 sul fianco orientale, a quasi m. 1800 sulla Cucetta e vicino al gias Murajon), nei burroni ad ovest della Val Pesio (tra 1400 e 1800 m.), ecc.
L’ ontano verde (Alnus viridis), che comincia in generale laddove cessa il nocciuolo, accompagna spesso gli arbusti di faggi, mentre più in alto forma talvolta per sè solo boscaglie abbastanza estese, lungo le balze rocciose; sul lato sud, scende a 1200 m. ad ovest di Tenda e a 1300 m. sul Monte Mulacier dietro a Mentone. Nel vallone di Meiris trovasi fra 1500 e 2250 m.; ad est del Lago Brocan e a sud del gias Murajon sino a 2150; sul fianco del Colle Chiapous, come sulle creste della Mourionera e della Cucetta, sino a circa 2300 m.
Il sorbo (S. aucuparia) non è raro già lungo i rivi delle vallate montane, scendendo fino a Robilante (m. 700) sulla Vermenagna, a Demonte, ecc.; nelle valli superiori trovasi specialmente sotto forma di arbusto bellissimo, col suo fogliame pinnato, verde chiaro, dentellato e colle ombrelle di frutti simili a coralli; però non è raro incontrarlo, sino ai più alti siti dove cresce, sotto forma di albero alto parecchi metri; trovasi in tutte queste valli, a 1750 m. nel vallone di Vallasco, a 1800 m. nella Valmasca, nel bosco della Stella, a sud del Lago della Ruina, e perfino a 2000 m. tra le arole a sud del gias Murajon.
Il Cotoneaster vulgaris ed il Prunus brigantiaca non sembrano oltrepassare i 1800 m., essendo questo anche pressochè il limite superiore di diverse rose (R. alpina a m. 1850, sopra il vallone Vej del Bouc) e del Rhamnus alpinus. Il lampone (Rubus idæus) rimonta talvolta più alto di 2000 m. (a 2300 m. sul fianco est del Colle Chiapous). Il Salix nigricans (sugli schisti umidi) a 2050 m. (vallone di Caramagna, ecc.). Il Cytisus alpinus, sotto forma di piccolo albero, è comune tra 1400 e 1700 m. nelle boscaglie e nelle foreste attorno alle Terme di Valdieri, poi nella Val Gordolasca, ecc., mentre il Sambucus racemosa si tiene circa nella stessa zona. A tutti questi cespugli aggiungesi poi il rododendro, che nelle boscaglie a sud del Lago della Ruina vedesi in esemplari molto cospicui, con foglie abbastanza lunghe; più raramente il Ginepro nano e la Dafne alpina.