La sera del 22 agosto, in compagnia del noto alpinista signor Alberto De Falkner, che avevo avuto il piacere di conoscere pochi giorni prima, lasciavo Cortina, diretto a Misurina, sopra una di quelle pittoresche carrozzelle di montagna dall’aspetto poco rassicurante, ma che compiono, coi focosi cavalli ampezzani e guidate dall’abile e robusta mano di un Apollonio o di un Menardi, veri miracoli di resistenza e di velocità su per la stradetta ripidissima che conduce a Tre Croci.

Presto arrivammo all’Hôtel Tre Croci che ora è arricchito di una «dépendance» grazie al concorso straordinariamente crescente dei visitatori delle Dolomiti; toccammo, non senza che una patriottica vibrazione del cuore ce ne avvertisse, il confine italiano, e salutammo con ammirazione le eternamente irresistibili Cime di Lavaredo, sorgenti a nord del piano di Misurina.

Fu davvero eccellente idea—ora in avanzato corso di attuazione—quella di creare un grande albergo moderno a Misurina, che può e deve diventare un giorno il St.-Moritz delle Alpi Orientali italiane: la posizione splendida, l’elevazione, l’aria deliziosa, l’immunità dal vento, la ricchissima serie d’ascensioni che si possono compiere da Misurina, la predestinano a un grande avvenire che non le mancherà senza dubbio, ma al quale gli alpinisti italiani devono concorrere, scuotendo la loro apatia verso questa regione dell’Alpi.

L’attuale vecchio alberghetto di Misurina era diventato assolutamente insufficiente ai bisogni; con tutto ciò non vorremmo vederlo scomparire, ricordandone l’eccellente cucina e i commendevolissimi vini: e un poco anche per quella certa sentimentalità propria dell’alpinista, che gli fa preferire sovente, al vicino «Grand-Hôtel» dalle sibaritiche sontuosità, il piccolo vecchio alberghetto dove sa di trovare quella bottiglia «di fiducia», quello «stufato di camoscio» frutto delle personali fatiche del proprietario, e degno coronamento di una riuscita intrapresa. Nell’albergo passammo una piacevolissima serata in compagnia d’una simpatica famiglia genovese, i Loero, che ebbero la felice ispirazione di farsi costrurre una palazzina, nella immediata vicinanza; e col venerando patriota prof. Regnoli, di Bologna, il quale doveva nel 1895 cercare per l’ultima volta nell’aria vibrante di Misurina il sollievo alle invernali fatiche.

L’indomani alle 5, con tempo splendido, si partiva, accompagnati dalle guide Giovanni Barbaria e Zaccaria Pompanin. Nostro obbiettivo, non conoscendo ancora il gruppo, era la punta più alta, i Cadini di Lucano. L’esordio di questa escursione, prendendo le mosse da Misurina, è delizioso: si va per buon tratto su per la comoda strada che conduce alle Drei Zinnen e al Toblinger Riedel, poi la si lascia a sinistra, e si risale, su per un ben marcato sentiero, il vallone che ci deve guidare nel cuore dei Cadini e che è così ben coronato, alla sua estremità orientale, dal caratteristico torrione salito dai signori Wundt e Nicolai, di cui ho fatto cenno. La scena a misura che si procede innanzi, si fa sempre più interessante: le numerosissime guglie dei Cadini si svelano poco a poco, ed è una simpatica sorpresa quella che si gode dal sommo dell’erta, quando la grande «caldaia» attorno a cui sono disposti i Cadini Orientali (e che ha dato nome appunto al gruppo) compare improvvisamente nel suo insieme, col piccolo, ma pittoresco ghiacciaio, circondato da belle e svelte cime di schietto carattere Dolomitico, tra cui notevoli la più alta, che non è però la più attraente, e le due cime NE. e NO. salite dall’Artmann, e che devono offrire vivo interesse alpinistico.

Un ampio canalone di ghiaccio assorge dalla estremità occidentale del bacino, sino ad una specie di forcella fra la punta di S. Lucano e quella immediatamente a ovest, di pochi metri più bassa: è questa la consueta via di salita ai Cadini di San Lucano, e noi ci attenemmo «borghesemente» alla medesima, le roccie a sinistra non avendo l’aria particolarmente interessante. Intagliando gradini su pel non ripido canalone, presto se ne raggiunse il sommo: di qui, piegando ad est, pigliammo le roccie, e con breve e facile arrampicata, qua e là divertente per chi si proponga di percorrere fedelmente lo spigolo che guida alla cima, anzichè seguire la via solita, troppo noiosa, arrivammo alle 9 sulla vetta, cioè in 4 ore da Misurina, compresi 40 minuti di sosta.

Non potemmo goder la vista, che dev’essere bella, il gran caldo avendo già velato di nebbie tutte le cime culminanti: rimanemmo però fino alle 10,45, per quel fascino caratteristico dell’«ambiente» di una vetta, con un buon sole scottante, ma temperato, a tratti, da ondate della sana e fresca carezza del vento alpino, che fanno provare in grado così eminente il «piacere di vivere».

Nella discesa seguimmo in parte soltanto il canalone di ghiaccio: presto piegammo giù per le facili roccie di destra, e in un momento fummo ai piedi del massiccio. Sotto un caldo soffocante continuammo la discesa anelanti all’acqua che trovammo solo a 1 ora da Misurina, dove giungemmo alle 13,45, in tempo per «scritturare» un abilissimo vetturino, italiano (e lo dico non senza orgoglio), che divorò addirittura a rompicollo, spargendo la sorpresa e il terrore nei passanti, il tratto fra Misurina e Cortina, dove giunse inverosimilmente presto, e con slancio così fulmineo da lasciare durevole memoria di questo teatrale arrivo in coloro che ebbero la ventura di esserne spettatori.

Croda da Lago:
Punta Sud
2716 m.

Prima ascensione per la parete Ovest e cresta Sud.