Delle tre Cime di Lavaredo, la più alta è insieme la più frequentemente salita, almeno da quella numerosa categoria di alpinisti che, diffidando delle proprie forze per l’ascensione della Cima Piccola, preferiscono contemplarne comodamente dall’alto della Cima Grande, l’arditissima parete.

Nel vol. XXIº di questo «Bollettino» è già comparsa una briosa descrizione di una salita alla Grosse Zinne, per parte dell’egregio collega romano dott. Enrico Abbate; egli ha fatto precedere tale suo articolo da un’accurata monografia del gruppo. Nulla di nuovo, almeno di notevole, è successo da quella pubblicazione in poi, per riguardo alla Cima Grande: le varianti trovate finora alla via solita non hanno che una scarsa importanza: una nuova via non fu ancor possibile trovarla, e dubitiamo assai che vi si riesca in avvenire. Dal lato nord—un enorme muraglione liscio—la cosa è fuori questione: qualche probabilità di riuscita possono offrire tentativi per la cresta Est (prospiciente la Kleine Zinne) o la parete Sud-Ovest verso la Cima Occidentale. Ma crediamo che in un caso come nell’altro si debba finire per raggiungere o presto o tardi la vecchia via, sopratutto se si sceglie la cresta Est.

Avviandoci questa volta alla Cima Grande, la guida Pompanin ed io, non avevamo alcuna idea bellicosa; volevamo fare una semplice passeggiata, a scopo essenzialmente fotografico. E la sera del 5 settembre, con uno splendido cielo stellato e un tepore eccezionale, scendemmo da Cortina a Schluderbach in vettura, godendoci comodamente uno di quei meravigliosi tramonti dai colori magici, inverosimili, fantastici, così frequenti nel mondo incantato delle Dolomiti.

Alle 4 ½ dell’indomani lasciavamo Schluderbach, avviandoci comodamente su per la strada di Misurina; alle 7 eravamo sulla Forcella di Lavaredo, ove sostammo a prendere fotografie del gruppo dei Cadini, che di là si presenta assai favorevolmente, e delle nostre Cime di Lavaredo, delle quali la Occidentale era sopratutto in vista; magnifica punta, dall’architettura ciclopica e d’un’alta originalità, a torto negletta dalla più parte fra gli ascensori della Cima Grande e Piccola, perchè, a quanto mi fu assicurato, offre difficoltà di non poco conto, tanto che molte guide preferiscono a questa la salita della Piccola Cima, la cui roccia è solidissima, laddove quella della Cima Occidentale è assai cattiva.

Mentre stavamo fotografando, fummo, senza accorgercene, completamente circondati da un numeroso gregge di pecore, che ci si fecero attorno con tale impeto di curiosità, da compromettere seriamente il nostro equilibrio: la guida Pompanin, a colpi di piccozza, riuscì a liberarci da quell’imbroglio. Fu il solo punto nella salita della Grande Zinne, dove la piccozza ci offrì un valido e quasi indispensabile aiuto! Superata questa prima difficoltà, proseguimmo alacremente per il bel sentiero orizzontale che costeggia la base delle Tre Zinne, fino ai piedi del ripido canalone ghiaioso fra la Grande e la Piccola, e, risalendo questo, in breve fummo al punto d’attacco delle roccie, comune alla salita di entrambe le cime. Qui incontrammo la brava guida Watschinger di Sexten, con un alpinista tedesco, reduce dalla Kleine Zinne e diretto alla Occidentale, e sostammo mezz’ora, seguendo con vivo interesse un’altra carovana che stava compiendo la salita della Cima Piccola.

Alle 9 ripartimmo: la bellicosa frase d’obbligo «attaccammo le roccie» non è qui del caso, tanto comoda, elementare è sin da principio la salita, su per un caratteristico canalone a scaglioni simmetricamente sovrapposti, di buona e solida roccia, su pei quali è rapido il progredire: alla sommità del canalone un enorme masso ostruisce il diretto passaggio, ma pel solito buco provvidenziale si gira l’ostacolo e si riesce con tutta facilità su una prima piattaforma, donde l’occhio spazia già sopra un vasto orizzonte. Specialmente interessante è la vista della vicinissima Cima Occidentale, colle sue grandi scanalature verticali, e i suoi enormi torrioni merlati.

Torrione di roccia sulla Grosse Zinne.

Torrione di roccia sulla Grosse Zinne.

A questo punto si piega un poco verso nord, e per comodi gradini e striscie di roccia si raggiunge uno stretto camino dalle oscurità dantesche, assai erto e liscio, ma perfettamente facile se si mettono in opera, senza misericordia, le più classiche fra le angolosità del corpo umano: dal sommo del camino passammo sull’opposto spigolo, di eccellente roccia, e in breve fummo di nuovo all’aperto, in vista della nostra cima. Il rimanente della salita è—come quanto precedette—un gioco, un’arrampicata di elementare facilità, infiorata di «passi retorici» e di «luoghi comuni»: la Cima Grande di Lavaredo è il «Buon Giannetto» dei giovani alpinisti esordienti.

Alle 10,35 eravamo sulla vetta, avendo impiegato 1 ora ½ dalla base delle roccie. Il tempo splendido e la vista estesissima ci invitarono a una lunga sosta, e solo alle 12,20 riprendemmo la via del ritorno. Nella discesa, essendoci tenuti troppo sulla destra, per trovare una scorciatoia più interessante, ci impigliammo in difficoltà che divennero ben presto insuperabili; la stretta e bella cornice che avevamo seguìto coll’idea di riprendere più in basso la vecchia via, rompevasi improvvisamente facendo capo ad un rispettabile precipizio. Dovemmo quindi rifare tutta la parte nuova, e riportarci al punto di partenza, donde, per la via solita, in breve fummo di ritorno al piede delle roccie, e di qui a Misurina.