SERIE II

PRIMO SAGGIO IL POETA

Coloro che sono stimati arbitri del gusto, sono spesso persone, le quali hanno acquistata la conoscenza di ammirate pitture o sculture, ed hanno una tendenza verso ciò che è elegante; ma se poi domandate se essi siano anime belle e se le loro proprie azioni siano come belle pitture, voi verrete a sapere che sono egoisti e sensuali. La loro cultura è locale; è come se voi strofinaste un pezzo di legno secco in un solo punto per produrre del fuoco, mentre tutto il resto rimane freddo. La loro conoscenza delle belle arti consiste in qualche studio di leggi e di particolarità o in qualche ristretta nozione del colore o della forma, acquisita per divertimento o per vanagloria. È una prova della superficialità della dottrina del bello, come essa è nella mente dei nostri amateurs, il fatto che gli uomini sembrano aver perduta la percezione della instante dipendenza della forma dall’anima. Non vi è una dottrina delle forme nella nostra filosofia. Noi fummo posti nei nostri corpi, come il fuoco è posto in un recipiente per essere portato fuori; ma non vi è alcun accurato accomodamento fra lo spirito e l’organo, ed ancora meno questo è la germinazione di quello. Così, riguardo alle altre forme, gli uomini intellettuali non credono in alcuna dipendenza essenziale del mondo materiale dal pensiero e dalla volontà. I teologi credono sia un grazioso castello in aria il parlare del significato spirituale di un bastimento o di una nuvola, di una città o di un contratto, ed essi preferiscono ritornare sul solido terreno dell’evidenza storica; e i poeti stessi sono lieti di un civile e conforme modo di vita, e di trarre poemi dalla fantasia, a sicura distanza dalla loro propria esperienza. Ma le più alte menti del mondo non hanno mai cessato dall’esplorare il significato doppio, o diciamo quadruplo, centuplo, di ogni fatto dei sensi: così fecero Empedocle, Eraclito, Platone, Plutarco, Dante, Swedenborg, ed i maestri della scultura, pittura e poesia. Poichè noi non siamo recipienti da porvi il fuoco e nemmeno portatori di fuoco o di torcie, ma siamo i figli del fuoco, fatti di esso, e solamente la stessa divinità trasmutata due o tre volte. E la verità nascosta, che le sorgenti donde tutto questo fiume del tempo e le sue creature sorgono, sono intrinsecamenti ideali e belle, ci porta alla considerazione della natura e delle funzioni del poeta o dell’uomo della bellezza, dei mezzi e dei materiali che egli usa, e dell’aspetto generale della sua arte nel tempo presente.

L’ampiezza del problema è grande, poichè il poeta è rappresentativo. Egli sta fra gli uomini parziali quale un uomo completo, e informa noi non della sua ricchezza ma della comune ricchezza. Il giovane riverisce gli uomini di genio perchè, per dire il vero, essi sono più lui stesso di quanto sia egli stesso. Essi ricevono dall’anima come egli pure riceve, ma essi ricevono di più. La natura esalta la sua bellezza agli occhi degli uomini che amano, con la credenza che allo stesso tempo il poeta contempla le sue parvenze. Egli è isolato fra i suoi contemporanei dalla verità e dall’arte, ma v’è nelle sue imprese questo confortevole pensiero, che queste attireranno tardi o tosto tutti gli uomini. Poichè tutti gli uomini traggono vita dal vero e giacciono bisognosi di espressione. Nell’amore, nell’arte, nell’avarizia, nella politica, nel lavoro, nel giuoco, noi cerchiamo di pronunciare il nostro doloroso segreto. L’uomo è solo una metà di se stesso, l’altra metà è la sua espressione.

Nonostante questa necessità di aprire la propria anima, è rara l’espressione adeguata al caso. Io non so perchè noi abbisognamo di un interprete; ma la grande maggioranza degli uomini pare esser composta di minorenni, che non sono ancora entrati in possesso dei loro beni, o di muti, che non possono ripetere la conversazione avuta con la natura. Non vi è uomo che non veda un’utilità supersensuale nel sole, nelle stelle, nella terra e nell’acqua. Queste cose esistono e, secondo lui, attendono per render all’uomo un servizio determinato. Ma vi è qualche ostacolo o qualche eccesso di accidia nella nostra costituzione, che non permette ad esse di produrre il dovuto effetto. Le impressioni della natura cadono su di noi troppo debolmente per far di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe penetrare. Ogni uomo dovrebbe esser tanto artista da poter narrare nella conversazione ciò che gli è accaduto. Ancora, nella nostra esperienza, i raggi od i contatti hanno forza sufficiente per giungere ai sensi, ma non sufficiente per penetrare nel vivo, ed obbligarci alla riproduzione di essi nel discorso. Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in bilancio, è l’uomo senza impedimento, che vede e maneggia ciò che gli altri sognano, che attraversa l’intiera graduazione dell’esperienza, ed è il rappresentante dell’uomo, in virtù d’esser il più ampio potere che dà e riceve.

L’Universo ha tre figli, nati allo stesso tempo, che riappaiono sotto nomi differenti, in ogni sistema di pensiero, siano essi chiamati causa, azione od effetto; o più poeticamente, Giove, Plutone, Nettuno; o teologicamente, il Padre, lo Spirito Santo, il Figlio; e che chiameremo qui: il Conoscitore, il Facitore, il Dicitore. Questi rappresentano rispettivamente l’amore del vero, l’amore del bene, l’amore del bello. Questi tre sono uguali. Ciascuno di loro è, ciò che è essenziale, cosicchè non può essere sorpassato od analizzato; e ciascuno dei tre ha in sè il potere degli altri latente, oltre il suo proprio potere manifesto.

Il poeta è il Dicitore, colui che denomina e rappresenta il bello. Egli è un sovrano e sta nel centro. Poichè il mondo non è dipinto, nè adornato, ma è bello fin dal principio; e Dio non ha creato delle cose belle, ma la Bellezza stessa è la creatrice dell’Universo. Però il poeta non è un’autorità ammessa, ma è imperatore per suo proprio diritto. La critica è infestata da una tendenza materialistica, che afferma essere l’abilità manuale e l’attività il primo merito di tutti gli uomini, e disprezza coloro che dicono e non fanno, dimenticando che alcuni uomini, cioè i poeti, sono naturali dicitori, mandati in questo mondo a cura dell’espressione, e li confonde con coloro che abbandonano il loro campo, che è l’azione, per imitare i dicitori. Ma le parole d’Omero sono così care ed ammirevoli per Omero, come le vittorie di Agamennone lo sono per Agamennone. Il poeta non attende l’eroe od il saggio, ma come essi per prima cosa agiscono e pensano, così egli per prima cosa scrive ciò che egli vuole e ciò che deve essere detto, riputando gli altri, sebbene primari, secondari e servitori rispetto a lui e come persone in posa o modelli nello studio del pittore o come assistenti che portano materiali di costruzione all’architetto.

Poichè la poesia fu scritta tutta prima dei tempi, ogni qualvolta noi siamo così splendidamente organizzati da poter penetrare in quella regione dove l’aria è musica, udiamo armoniosi gorgheggi, che tentiamo di scrivere; ma poichè perdiamo di tanto in tanto una parola od un verso noi lo sostituiamo con qualcosa di nostro, e trascriviamo erroneamente il poema. Gli uomini di udito più delicato, scrivono queste cadenze più fedelmente, e queste trascrizioni, sebbene imperfette, divengono i canti delle nazioni. Perchè la natura è veramente bella come è buona o conforme a ragione, e tanto deve apparire quanto deve essere fatta o conosciuta. Le parole ed i fatti sono modi completamente indifferenti dell’energia divina. Le parole sono anche azioni, e le azioni sono una specie di parole.

Il segno ed il riconoscimento del poeta sta in ciò, che egli annunzia ciò che nessun uomo ha predetto. Egli è il vero e l’unico dottore; egli sa e dice; egli è l’unico che dice le novità, perchè egli fu presente ed edotto delle apparizioni, che egli descrive. Egli è un contemplatore delle idee, ed un enunziatore delle cose necessarie e causali. Noi ora non parliamo degli uomini che hanno un talento poetico e dell’abilità nel fare il verso, ma del vero poeta. Io presi parte l’altro giorno ad una conversazione riguardante un recente scrittore di liriche, un uomo di mente sottile, il cui cervello pareva essere una piccola cassa armonica piena di note e di ritmi delicati, e la cui abilità e maestrìa di stile non potevamo sufficientemente lodare. Ma quando sorse la questione se egli non fosse solo un lirico, ma un poeta, noi fummo obbligati a confessar essere lui semplicemente un contemporaneo, non un uomo eterno. Egli infatti non emerge al disopra delle nostre basse limitazioni, come un Chimborazo sotto l’equatore, innalzandosi da una base torrida e passando, a misura che si innalza, per tutti i climi del mondo, attraverso a zone di vegetazione di ogni latitudine; ma egli è come il giardino pittoresco di una casa moderna, adornato di fontane e di statue, con uomini e donne bene educati, che stanno in piedi o seggono lungo i viali e le terrazze. Noi udiamo attraverso tutta la sua musica variata, il vecchio tono della vita convenzionale. I nostri poeti sono uomini di talento che cantano, non i figli della musica. L’argomento è secondario, il compimento dei versi è primario.

Però non è il metro, ma l’argomento degno del metro, che fa d’un poema un pensiero così appassionato e vivo, che, come lo spirito di una pianta o di un animale, ha un’architettura sua propria, ed adorna la natura con nuove cose. Il pensiero e la forma sono uguali nell’ordine del tempo, ma nell’ordine della genesi il pensiero è anteriore alla forma. Il poeta ha un nuovo pensiero: egli ha una completa nuova conoscenza da sviluppare; egli ci dirà come essa venne a lui, e tutti gli uomini saranno partecipi della sua fortuna. L’esperienza di ogni nuova età richiede una nuova confessione, ed il mondo sembra attendere sempre il suo poeta. Mi ricordo, quando ero giovane, quanto fui commosso un mattino dalla notizia che il genio era apparso in un giovane, che mi sedeva vicino a tavola. Egli aveva lasciato il suo lavoro, ed era andato vagando nessuno sapeva dove, ed aveva scritto centinaia di righe, ma non poteva dire se ciò che era in lui fosse ciò che aveva scritto: egli poteva dire nulla senonchè tutto era cambiato — l’uomo, la bestia, il cielo, la terra, il mare. Come ascoltavamo felici! e quanto credulmente! La società sembrava essere compromessa. Noi sedevamo nell’aurora di un giorno, che doveva spegnere tutte le stelle. Boston sembrava essere a distanza doppia e più di quanto fosse la notte anteriore. Roma (che cosa era Roma?), Plutarco e Shakespeare erano sbiaditi e di Omero non si doveva neppur più parlare. È già molto sapere che la poesia è stata scritta oggi stesso, sotto lo stesso tetto, vicino a voi. Come?! Quel meraviglioso spirito non è spirato! Questi momenti granitici sono ancora lucenti ed animati! Io avevo immaginato che tutti gli oracoli fossero silenziosi, e che la natura avesse spento i suoi fuochi; ed ecco! tutta la notte, da ogni poro, queste belle aurore brillarono. Ciascuno ha qualche interesse nell’avvento del poeta, e nessuno sa quanto ciò possa toccarlo da vicino. Noi sappiamo che il segreto del mondo è profondo, ma noi non sappiamo chi o che cosa ci servirà da interprete. Una passeggiata in montagna, una fisionomia nuova, una nuova persona, può mettere la chiave nelle nostre mani. Naturalmente il valore del genio per noi sta nella veracità delle sue relazioni. Il talento può scherzare e fingere; il genio realizza ed aggiunge. Il genere umano, tanto se ne è servito per comprendere se stesso e le sue opere, che la più avanzata sentinella sul monte annunzia le sue novelle. Esse arrecano la più veritiera parola mai pronunziata, e la frase sarà la più propizia, la più musicale, la più infallibile voce del mondo, in quel dato momento.