Per virtù di questa scienza il poeta è il Nominatore, il Facitore del Linguaggio, chiamando le cose talvolta a seconda della loro essenza, e dando a ciascuna il suo nome e non quello di un’altra, rallegrando con ciò l’intelletto, che ama il distacco e la precisione. I poeti fecero tutte le parole, e pertanto il linguaggio è l’archivio della storia, e, se dobbiamo dirlo, una specie di tomba delle muse. Però, sebbene l’origine della maggior parte delle nostre parole sia dimenticata, ogni parola fu in principio un lampo di genio e fu divulgata perchè in quel momento essa simbolizzava il mondo al primo parlatore ed al primo uditore. L’etimologo scopre che la più morta parola è stata una volta una brillante pittura. Il linguaggio è poesia fossile. Come la calce del continente consiste di infinite masse di conchiglie di piccolissimi animali, così il linguaggio è fatto di imagini, di tropi, che ora per il loro uso secondario hanno da lungo tempo cessato di ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perchè egli la vede o si avvicina ad essa un passo più di chiunque altro. Questa espressione, questo nominare, non è arte, ma una seconda natura cresciuta dalla prima, come la foglia dall’albero. Ciò che noi chiamiamo natura è una certa mozione od un certo mutamento regolato da se stesso; la natura fa tutte le cose con le sue proprie mani, e non lascia che altri la battezzi, ma si battezza da sè; e questo di nuovo si ripete attraverso la metamorfosi. Mi ricordo che un certo poeta me lo descrisse così: «Il Genio è l’attività che rimedia interamente e parzialmente alla decadenza delle cose di specie materiale e finita. La Natura, attraverso tutti i suoi regni, assicura se stessa. Nessuno si occupa di seminare il povero fungo: così essa scuote dalla capocchia di un solo agarico innumerevoli spore, ognuna delle quali, conservandosi, trasmette nuovi miliardi di spore domani o dopodomani. Il nuovo agarico di quest’ora ha un privilegio che il vecchio non ebbe. Infatti questo atomo di seme è gettato in un nuovo posto, non soggetto agli accidenti, che distrussero i suoi genitori due metri più lontano. La natura produce un uomo; ed avendolo portato all’età matura, essa non correrà più il rischio di perdere d’un tratto tale meraviglia, ed infatti stacca da lui un altro essere uguale, affinchè la specie sia al riparo dagli accidenti, ai quali l’individuo è esposto. Nello stesso modo quando l’anima del poeta è giunta alla maturità del pensiero, essa stacca e sparge i suoi poemi od i suoi canti: una progenie eroica, vigile, immortale, sciolta dal regno del tempo: una progenie eroica, animata di posteriorità, vestita d’ali (tali per la virtù dell’anima donde essa venne) che la portano velocemente e lontano, e la fissano irrevocabilmente nei cuori degli uomini. Queste ali sono la bellezza dell’anima del poeta. I canti, fluendo così immortali dal loro mortale genitore, sono seguiti da clamorosi scoppi di censure, che pullulano in maggiore numero dei canti stessi e minacciano di divorarli; ma le censure non sono alate. Alla fine di un brevissimo giro esse cadono e si decompongono, non avendo ricevuto dalle anime che le produssero, belle ali. Ma le melodie del poeta ascendono, palpitano e si immettono nelle profondità del tempo infinito.»

Questo m’apprese, usando le sue libere parole, il poeta. Ma la natura ha nella produzione di nuovi individui un fine più alto che la guarentigia, bensì quello dell’ascensione o del passaggio dell’anima in forme più alte. Io conobbi nei miei verdi anni lo scultore che fece la statua del giovane, che sta nel giardino pubblico. Mi ricordo che egli non poteva dire direttamente ciò che lo rendeva felice od infelice, ma per mezzo di meravigliose vie indirette egli lo poteva. Egli si alzò un giorno, com’era suo costume, prima dell’aurora; contemplò lo spuntare del mattino, grandioso come l’eternità donde proveniva, e per molti giorni egli tentò di esprimere quella grandiosa calma, ed ecco! il suo scalpello sbozzò nel marmo la forma di un bel giovane, Fosforo, il cui aspetto è tale che, si dice, tutti coloro che lo guardano divengono silenziosi. Il poeta anche si adatta alla sua «maniera», e il pensiero che lo agitò è espresso, ma alter idem, in un modo totalmente nuovo. L’espressione è organica od è quel nuovo tipo che le cose stesse assumono quando sono liberate. Come al sole gli oggetti dipingono la loro imagine sulla retina dell’occhio, così essi partecipando all’aspirazione dell’intiero universo, tendono a dipingere nella mente una molto più delicata copia della loro essenza. Il desiderare la metamorfosi delle cose in forme organiche più elevate, è desiderare il loro mutarsi in melodie. Sopra ogni cosa sta il suo demone o la sua anima, e come la forma della cosa è riflessa dall’occhio, così l’anima della cosa è riflessa da una melodia. Il mare, la catena di montagne, il Niagara, ed ogni aiuola di fiori, preesistono o super-esistono in pre-canti, che si innalzano come profumi nell’aria; e quando un uomo qualsiasi dall’udito sufficientemente fine si avvicina, egli li sente e tenta di scriverne le note senza indebolirli e depravarli. E da ciò deriva la legittimazione della critica, nella fede della mente, che i poemi sono una versione corrotta di qualche testo della natura, ai quali dovrebbero corrispondere. Una rima in uno dei nostri sonetti non dovrebbe essere meno piacevole dei ripetuti avvolgimenti di una conchiglia marina, della somigliante varietà di un mazzo di fiori. L’accoppiamento degli uccelli è un idillio non tedioso come lo sono i nostri idillii; una tempesta è un’ode violenta senza falsità od affettazione; un’estate con le sue messi tagliate, ammucchiate, raccolte, è un ammirevole canto epico. Perchè la simmetria e la varietà che modulano questi canti, non dovrebbero insinuarsi negli spiriti nostri, e partecipare noi alle invenzioni della natura?

Questa penetrazione, che esprime se stessa per mezzo di ciò che si chiama Imaginazione, è un altissimo punto di vista, che non s’acquista con lo studio, ma con l’intelletto, con lo spartire il cammino o il circuito delle cose attraverso le forme, facendole così trasparenti agli altri. Il cammino delle cose è silenzioso. Permetteranno esse che un parlatore le accompagni? Esse non sopporteranno una spia; però un amante, ed un poeta, sono la trascendenza della loro propria natura ed esse li soffriranno. La condizione per meritare il vero nome di poeta sta in quel suo sottomettersi alla divina aura, che spira attraverso le forme, e nell’accompagnarla.

Un segreto che qualsiasi uomo intellettuale rapidamente apprende è che oltre l’energia del suo intelletto posseduto e conscio, egli è capace di una nuova energia — (come di un intelletto piegato su se stesso) per mezzo dell’abbandono alla natura delle cose; che, oltre il suo potere privato come uomo individuo, vi è un grande potere pubblico, al quale egli può spalancare a tutti i rischi i suoi spiragli umani, ed essere dominato e penetrato dal suo etereo influsso. Allora egli è preso nella vita dell’Universo, il suo discorso è buono, il suo pensiero è legge e le sue parole sono universalmente intelligibili, come le piante e gli animali. Il poeta sa di parlare adeguatamente solo quando egli dice alcunchè selvaggiamente o «col fiore della mente»; non con l’intelletto, usato come organo, ma con l’intelletto sciolto da ogni schiavitù, e libero di prendere il suo indirizzo dalla sua vita celestiale; o, come gli antichi usavano esprimersi, non con l’intelletto solo, ma con l’intelletto inebriato di nettare. Come il viaggiatore che ha perduta la sua via, getta le sue redini sul collo del cavallo e si affida all’istinto dell’animale per trovare la sua strada, così dobbiamo fare noi con l’animale divino che ci conduce attraverso il mondo. Poichè se in un modo qualsiasi noi possiamo stimolare questo istinto, nuovi orizzonti si aprono per noi nella natura; la mente fluisce attraverso le cose più alte e più difficili e la metamorfosi è possibile.

Questa è la ragione per cui i poeti amano il vino, l’idromelo, i narcotici, il caffè, il thè, l’oppio, i profumi del legno di sandalo ed il tabacco, o qualsiasi altra cosa atta a procurare un godimento animale. Tutti gli uomini si servono dei mezzi che possono per aggiungere questo straordinario potere ai loro poteri normali; ed a questo scopo essi tengono in pregio la conversazione, la musica, la pittura, la scultura, il ballo, i teatri, i viaggi, le guerre, le folle, gli incendi, il giuoco, la politica, o l’amore o la scienza o l’ebbrezza animale, che sono sostituti quasi-meccanici del vero nettare, che è il rapimento dell’intelletto approssimantesi al fatto. Essi sono degli ausiliari alla tendenza centrifuga di un uomo, al suo passaggio in un libero spazio, ed essi lo aiutano a sfuggire alla vigilanza di quel corpo nel quale egli è rinchiuso, e da quel cortile carcerario fatto di relazioni individuali, in cui egli è confinato. Da ciò, un grande numero di coloro che erano, per professione, i rivelatori del Bello, come i pittori, i poeti, i musici e gli attori, hanno avuto più di ogni altro il costume di condurre una vita di piacere e di rilassatezza; tutti, eccetto quei pochi, che ricevettero il vero nettare; e siccome era questo un modo illegittimo di raggiungere la libertà; siccome era questa non un’emancipazione tendente ai cieli, ma alla licenza dei più vili luoghi, essi furono puniti per tale privilegio, con il disfacimento e la deteriorazione. Mai può alcun vantaggio essere preso dalla natura con la frode. Lo spirito del mondo, la grande serena presenza del Creatore, non si fa innanzi con le malìe dell’oppio o del vino. La sublime visione viene all’anima pura e semplice, in un corpo netto e casto. Ciò che noi dobbiamo ai narcotici non è ispirazione, ma un falso eccitamento e un falso furore. Milton dice che il poeta lirico può bere vino e vivere generosamente, ma il poeta epico, colui che deve cantare gli dèi e la loro discesa fra gli uomini, deve bere acqua in una coppa di legno. Poichè la poesia non è «Il vino del Demonio» ma il «vino di Dio». Avviene in questo caso ciò che avviene con i trastulli. Noi colmiamo le mani e le camere dei nostri bambini con ogni specie di bambole, di tamburi e di cavalli, distraendo i loro occhi dal viso aperto della natura e dai suoi sufficienti oggetti, quali il sole, la luna, gli animali, l’acqua, le pietre, che dovrebbero essere i loro trastulli. Così il modo di vita del poeta dovrebbe essere posto ad un grado così umile e semplice che gli influssi comuni lo riempissero di letizia. La sua gioia dovrebbe essere dono della luce del sole; l’aria dovrebbe bastare alla sua ispirazione, ed egli dovrebbe esser ebbro d’acqua. Quello spirito che basta ai cuori tranquilli, che sembra venire ad essi da qualsiasi cespuglio d’erba, da ogni tronco di pino e da ogni pietra a mezzo-sepolta e su cui batte il debole sole di marzo; viene ai poveri ed agli affamati, ed a coloro che sono di semplici gusti. Se tu riempi il tuo cervello di Boston e New York, di mode e di cupidigie, e stimolerai i tuoi deperiti sensi con il vino ed il caffè, tu non troverai raggio di sapienza nella solitaria distesa della pineta.

Se l’immaginazione inebbria il poeta, non è inattiva presso gli altri uomini. La metamorfosi eccita in chi la contempla un’emozione di gioia. L’uso dei simboli ha un certo potere di emancipazione e di ricreazione per tutti gli uomini. Essi sembrano essere toccati da una bacchetta, che li faccia danzare e correre in giro, felici come bambini. Noi siamo come persone che vengono da una cava o da una cantina, all’aria aperta. Questo è l’effetto dei tropi, delle favole, degli oracoli e di qualsiasi forma poetica, su di noi. I poeti sono perciò degli dèi apportatori di libertà. Gli uomini hanno realmente ricevuto un nuovo senso, ed hanno rinvenuto dentro il loro mondo un altro mondo od una sorgente di mondi; poichè, una volta che la metamorfosi è contemplata, noi indoviniamo che essa non s’arresta. Io non esaminerò ora quanto da ciò derivi il fascino dell’algebra e della matematica, che hanno anche i loro tropi; ma ciò è sentito in ogni definizione, così, ad esempio, quando Aristotile definisce lo spazio essere un recipiente immobile, nel quale le cose sono contenute; — oppure quando Platone definisce una linea come un punto fluente o la figura come il limite di un solido, e così via. Quale lieto senso di arditezza noi proviamo quando Vitruvio annunzia la vecchia opinione degli artisti, secondo la quale nessun architetto può costruire bene una casa se non conosce un po’ d’anatomia; quando Socrate, in Charmides ci dice che l’anima è guarita dalle sue malattie per mezzo di certi incanti, e che questi incanti sono belle ragioni, per mezzo delle quali si genera la temperanza nelle anime; quando Platone chiama il mondo un animale; e Timeo afferma che anche le piante sono animali, od afferma che un uomo è una pianta celeste, che cresce verso l’alto con la sua radice, che ne è il capo; e quando leggiamo le parole di Giorgio Chapman.

«Come nella nostra pianta uomo, la cui nervosa radice fiorisce alla sua sommità»; quando Orfeo parla delle canizie come di «quel bianco fiore che segna l’estrema età»; quando Proclo chiama l’universo la statua dell’intelletto; quando Chaucer, nella sua lode alla «Gentilesse» pone il buon sangue in condizione uguale al fuoco, che anche portato nella più scura casa che si possa trovare andando fino al monte Caucaso, compierà ancora il suo naturale ufficio, ed arderà così brillantemente come se ventimila uomini lo contemplassero; quando Giovanni vide nell’Apocalisse la rovina del mondo per causa del male, e le stelle cadere dal cielo, come il fico maturo dall’albero; quando Esopo enumera le comuni relazioni quotidiane con maschere di uccelli e di bestie; quando infine tutto ciò osserviamo, noi dobbiamo trarre l’ammonimento dell’immortalità della nostra essenza, e delle sue varie consuetudini e liberazioni e dire come dicono le gitane di loro stesse: «è inutile impiccarle, esse non possono morire».

I poeti sono così degli dèi liberatori. Gli antichi poeti Britannici ebbero per loro motto: «Quelli che sono liberi attraverso il mondo». Essi sono liberi e rendono liberi. Un libro di immaginazione ci rende un servizio molto maggiore da principio, stimolandoci coi suoi tropi, che dopo, quando arriviamo ad afferrare il senso preciso dell’autore. Io credo che nulla abbia valore nei libri, se non il trascendentale e lo straordinario. Se un uomo è infiammato e trasportato dal suo pensiero ad un punto tale da dimenticare autori e pubblico, e si cura solamente di questo suo unico sogno, che lo possiede come una vertigine, lasciate che io legga le sue carte, e voi tenetevi tutti gli argomenti, tutte le storie e tutte le critiche. Tutto il valore che si ricollega a Pitagora, a Paracelso, a Cornelio Agrippa, a Cardano, a Keplero, a Swedenborg, a Schelling, a Oken od a chiunque altro che introduca fatti discutibili nella sua cosmogenìa, come angeli, demoni, magìa, astrologia, mesmerismo e simili, è la prova ed una nuova testimonianza dell’allontanamento dalle cose usate. Ciò che pure rappresenta il migliore successo in conversazione, è quella magica libertà, che pone il mondo come una palla, nelle nostre mani. Come pare a buon mercato anche la libertà allora: quanto spregevole a studiarsi, quando un’emozione comunica all’intelletto il potere di sondare e scoprire la natura: quanto grande la prospettiva! nazioni, tempi, sistemi, entrano e spariscono, come i fili nelle tappezzerie a grandi figure e svariati colori; il sogno ci consegna al sogno, e mentre l’ebbrezza dura, noi cederemo il nostro letto, la nostra filosofia, la nostra religione, nella nostra opulenza.

Vi è una buona ragione per cui dovremmo tenere in pregio questa liberazione. La sorte del povero pastore, che accecato e sperduto nella tempesta di neve, perisce sotto una valanga a pochi passi dalla sua capanna, è l’emblema dello stato dell’uomo. Noi moriamo miserevolmente sulla riva delle acque della vita e del vero. L’inaccessibilità di ogni pensiero che non sia il nostro è prodigiosa. Nulla vale che lo avviciniate; voi ne siete altrettanto remoti quando siete lontani, come quando siete vicini. Ogni pensiero è anche una prigione; come lo è ogni cielo. Perciò noi amiamo il poeta, l’inventore, colui che in qualsiasi forma, sia essa un’ode od un’azione, uno sguardo o una linea di condotta, ci ha dato un nuovo pensiero. Egli scioglie le nostre catene, e ci ammette ad una nuova scena.

Questa emancipazione è cara a tutti gli uomini, ed il potere di manifestarla siccome deve venire da una maggiore profondità e finalità di pensiero, è misura dell’intelletto. Perciò tutti i libri d’immaginazione durano e durano tutti quelli che posseggono quella verità, per cui lo scrittore vede la natura al disotto di lui, e la usa come suo esponente. Ogni verso o sentenza che possegga questa virtù, avrà cura della sua propria immortalità. Le religioni del mondo sono le giaculatorie di pochi uomini immaginativi.