Come ho detto, la natura tiene queste sovranità nelle sue proprie mani e per quanto petulantemente i nostri sermoni e le nostre discipline vorrebbero condividere una parte della sua autorità ed insegnare che le leggi formano il cittadino, essa va per la propria strada, e mette i più saggi dalla parte del torto. Essa tiene in poco conto i vangeli ed i profeti, come quegli che abbia molte altre cose da produrre, e poco tempo da concedere ad alcuno. Vi è una classe di uomini, i cui componenti appaiono a lunghi intervalli così eminentemente dotati di conoscenza e di virtù, che essi sono all’unanimità valutati come divini, e paiono essere un’accumulazione di quel potere che noi ora consideriamo. Le persone divine sono «caratteri nati» o per usare una frase di Napoleone, sono una vittoria organizzata. Essi sono di solito ricevuti di mal animo, perchè sono nuovi e perchè pongono un termine alla considerazione esagerata che si ebbe della personalità dell’ultima persona divina. La natura non appaia mai i suoi figli, nè fa due uomini uguali. Quando noi vediamo un grand’uomo, ci figuriamo che egli debba avere una somiglianza con qualche personalità storica, e prediciamo lo svolgersi del suo carattere e della sua fortuna; la previsione sarà certamente dallo stesso grand’uomo annullata. Nessuno risolverà mai il problema del proprio carattere secondo il nostro pregiudizio, ma solo lo risolverà nel suo proprio alto ed inaudito modo. Il carattere abbisogna di spazio; non deve essere incalzato dalle persone nè giudicato da occhiate scrutatrici, prese in prestito dalla febbre degli affari o giudicato in poche occasioni. Esso abbisogna di prospettiva, come un grande edifizio. Esso non può rapidamente tendere delle relazioni e non lo fa; e noi non dovremmo chiedere intorno alla sua attività spiegazioni temerarie sia alla nostra propria etica che a quella popolare.

Io riguardo la scultura come storia. Non penso che «Apollo» e «Giove» siano impossibili in carne ed ossa. Ogni tratto che l’artista scolpì nella pietra, egli lo vide nella vita e migliore della copia ch’egli ne fece. Noi abbiamo vedute molte falsificazioni, ma noi crediamo nei grandi uomini. Vedete come agevolmente noi leggiamo nei vecchi libri, quando gli uomini erano pochi, delle più piccole azioni dei patriarchi. Noi esigiamo che un uomo sia così grande ed appariscente nel paesaggio, da essere degno di menzione il fatto che egli si alzò, si cinse i lombi ed andò nel tale o nel tal altro luogo.

Le pitture più credibili per noi sono quelle degli uomini maestosi, che prevalsero fin dal loro ingresso ed incatenarono i sensi; così successe al Mago orientale, mandato a verificare i meriti di Zertusht o Zoroastro. Quando il saggio Yunani giunse a Balk, (ci dicono i Persiani) Gushtasp fissò un giorno, in cui i Mobeds di tutte le nazioni dovessero adunarsi, ed una sedia d’oro fu collocata per il saggio Yunani. Allora il prediletto di Yezd, il profeta Zertusht s’avanzò nel mezzo dell’assemblea. Il saggio Yunani vedendo quel capo, disse: «Tale aspetto e tale portamento non possono mentire, e nulla all’infuori della verità può procedere da essi». Platone diceva che era impossibile non credere nei figli degli dèi, «sebbene essi dovessero parlare senza argomenti attendibili o necessari». Io mi stimerei molto sfortunato nei miei compagni se non potessi aver fede nelle cose migliori della storia. «Giovanni Bradshaw — dice Milton — appare come un console, le cui insegne non debbono cadere nell’anno; onde voi lo riguardereste come colui che siede per giudicare i re non in quel tribunale solamente, ma per tutta la vita». Io trovo più credibile (poichè è insegnamento più antico), che un solo uomo conosca il cielo, come dicono i Cinesi, piuttosto che molti uomini conoscono il mondo. «Il principe virtuoso compara gli dèi senza alcun preconcetto. Egli attende cento secoli, finchè un saggio venga e non dubita. Colui che compara gli dèi senza preconcetti, conosce il cielo; colui che attende cento secoli finchè un saggio venga, senza dubitare, conosce gli uomini. Di qui il principe virtuoso si muove e per secoli domina la via». Ma non vi è bisogno di ricercare gli esempi remoti. Ben ottuso osservatore è colui, al quale la propria esperienza non ha insegnato la realtà e la forza della magia così bene come quella della chimica. Il più freddo moralista non può uscire senza imbattersi in inesplicabili influssi. Un uomo fissa su di lui i suoi occhi, ed i sepolcri della memoria rendono i loro morti; egli deve consegnare i segreti che lo rendono infelice sia nel celarli come nell’esprimerli; — un altro uomo lo guarda, ed egli non può parlare e le ossa del suo corpo paiono perdere tutte le loro cartilagini; il giungere di un amico gli dona grazia, audacia ed eloquenza; e vi sono delle persone che egli deve ricordare, le quali diedero un’espansione trascendente al suo pensiero ed accesero una nuova vita nel suo petto.

Che cosa vi è di così eccellente come le strette relazioni dell’amicizia, quando esse sorgono da profonda radice? La risposta sufficiente per lo scettico che dubita del potere e della forza dell’uomo, sta in questa possibilità d’una lieta corrispondenza fra persone, corrispondenza che forma la fede e l’abito di tutti gli uomini ragionevoli. Io non conosco cosa alcuna offerta dalla vita che sia così soddisfacente come la profonda intelligenza che può sussistere fra due uomini virtuosi dopo lungo scambio di buoni uffici, ognuno dei quali è sicuro di se stesso e sicuro del suo amico. È questa una felicità che lascia di gran lunga indietro tutte le altre soddisfazioni e diminuisce l’importanza della politica, del commercio e della chiesa. Poichè quando gli uomini incontreranno, come essi devono, ciascuno un benefattore, un condottiero di stelle, rivestiti di pensieri e di fatti e di cose compiute, si avrà la festa della natura, annunziata da tutte le cose. L’amore fra i sessi è il primo simbolo di tale amicizia, come tutte le altre cose sono il simbolo dell’amore. Le relazioni con gli uomini migliori, che una volta considerammo come il romanzo della gioventù, divengono, con il progredire del carattere, il più sicuro godimento.

Se fosse possibile vivere in giusti rapporti con gli uomini! se potessimo astenerci dal domandar loro cosa alcuna, dal richiedere la loro lode, il loro aiuto e la loro pietà, ed accontentarci di sospinger loro attraverso la virtù delle leggi più antiche! Non potremmo noi trattare con poche persone o con una persona sola secondo gli statuti non scritti, e fare uno sperimento della loro efficacia? Non potremmo noi restituire al nostro amico il dono della sincerità, del silenzio, dell’indulgenza? È necessario per noi esser così smaniosi di cercare l’amico? Se siamo in rapporti tra di noi, noi ci incontreremo. Era tradizione del mondo antico che nessuna metamorfosi potesse nascondere un dio ad un altro dio; e c’è un verso greco che dice: «Gli dèi non sono sconosciuti l’uno all’altro». Gli amici pure seguono le leggi della necessità divina, essi gravitano uno verso l’altro, e non possono fare altrimenti.

La loro relazione non è fatta, ma concessa. Gli dèi devono sedersi essi stessi senza siniscalco nel nostro Olimpo, e possono installarvisi per anzianità divina. Se si hanno delle pene, se gli associati sono portati alla distanza di un miglio per incontrarsi, la società è rovinata. E se essa non è società, è un’accozzaglia malsana, bassa e degradante, anche se è composta dei migliori. Tutta la grandezza di ciascuno di essi si ritrae ed ogni debolezza è in penosa attività, come se gli Olimpici dovessero incontrarsi per scambiarsi delle tabacchiere.

La vita procede. Noi inseguiamo qualche disegno fuggente o siamo spinti da qualche timore o comando che sta dietro di noi. Ma se improvvisamente incontriamo un amico, ci fermiamo; il nostro calore e la nostra fretta ci appaiono sufficientemente sciocchi e si richiede ora il riposo, ora il godimento ed il potere di magnificare quel dato momento con le risorse del cuore. Il momento è tutto, in tutte le nobili relazioni.

Una persona divina è la profezia della mente, un amico è la speranza del cuore. La nostra beatitudine attende il compimento di questi «due in uno». Le età schiudono questa forza morale. Ogni forza è l’ombra od il simbolo di quella. La poesia è ricca di gioia e di forza, perchè trae da essa la sua ispirazione. Gli uomini scrivono i loro nomi nel mondo quando essi sono paghi di questo. La storia è stata vile, le nostre nazioni sono state accozzaglia di gente; noi non abbiamo mai veduto un uomo; noi non conosciamo ancora tale forma divina, ma conosciamo solo il sogno e la profezia di essa; non conosciamo i modi maestosi che gli appartengono, quei modi che placano ed esaltano colui che contempla. Noi osserveremo un giorno che l’energia più segreta è quella più pubblica; che la qualità equivale alla quantità; che la grandezza del carattere agisce al buio, e soccorre coloro che mai la videro. Quella grandezza che è già apparsa, è per noi un principio ed un incoraggiamento in questa via. La storia, scritta dal mondo, di quegli dèi e di quei santi che ha poi adorati, sono documenti di carattere. I secoli hanno esultato per le azioni di un giovane, che non dovette nulla alla fortuna; che fu impiccato alle forche della sua nazione; che per le purissime qualità della sua natura sparse uno splendore epico intorno ai fatti della sua morte e che trasfigurò, per gli occhi del genere umano, ogni simbolo particolare in un simbolo universale. Questa grande rovina è fin d’ora il nostro fatto più alto. Ma la mente vuole una vittoria sui sensi; una forza di carattere che converta il giudice, il giurato, il soldato ed il re; che governi le virtù animali e minerali, e che si confonda con il corso dell’alburno, dei fiumi, dei venti, delle stelle e degli agenti morali.

Se noi non possiamo raggiungere d’un balzo queste grandezze, rendiamo almeno loro omaggio. Nella società grandi vantaggi e grandi danni sono posti per il possessore. La massima prudenza è necessaria nei nostri giudizi privati. Io non perdono ai miei amici la colpa di conoscere un bel carattere e di intrattenerlo con una grata ospitalità. Quando finalmente ciò che abbiamo sempre desiderato viene e ci illumina con raggi giocondi, che provengono da quella terra celeste, l’essere ruvidi, l’essere difficili ed il trattare un tale visitatore con il linguaggio e la diffidenza della strada, dimostrano una volgarità che pare debba chiudere le porte del cielo. Questa è la confusione, questa è la vera pazzia dell’anima che non si riconosce più, e non sa dove il suo dovere, la sua religione, la chiamino. Vi è qualche altra religione all’infuori di questa, la quale ci insegna che ovunque fiorisce in questo immenso deserto dell’essere il sentimento sacro che coltiviamo, esso fiorisce per me? Se nessuno vede ciò, io lo vedo; io sono informato, anche se solo, della grandezza del fatto. Mentre esso fiorisce io celebrerò il mio sabbato, il mio giorno santo, e sospenderò la mia tristezza, le mie follie, le mie burle. La natura è lieta della presenza di questo ospite. Vi sono molti occhi che possono scoprire ed onorare le prudenti e domestiche virtù, vi sono molti che possono discernere il Genio sul suo cammino cosparso di stelle, anche se la folla ne è incapace; ma quando quell’amore che tutto soffre, tutto schiva, tutto agogna, che ha giurato a se stesso che vi sarà un meschino ed un folle in questo mondo piuttosto che macchiare le sue bianche mani con qualche accondiscendenza, viene nelle nostre strade e nelle nostre case — solamente gli uomini puri e coloro che hanno delle aspirazioni possono vedere il suo viso, e l’unico omaggio che possono rendergli è quello di riconoscerlo.

QUARTO SAGGIO LE MANIERE