Non ne voglio più, non ne voglio più. Tornai nel cortile, m'ingozzai un pezzo di tonnina e un altro di baccalà crudo, chè carne nè altro v'era per sfamarsi lassù, e dopo poco, pensando che quella festa insieme con un'altra dello stesso genere, che vi si ripete nel corso dell'anno, assicurano a que' poveri monaci l'annua rendita di circa 120 mila lire, ripresi frettoloso la via, impaziente di risalutare la Primavera che mi aspettava tepida fra i vigneti di Mercogliano.
In mezzo al profluvio di laida prosa, sotto al quale erano rimaste soffocate le mie dolci illusioni accorrendo a quella festa, una cosa sola, un solo segno di gentile poesia scaturito dai petti di quelle goffe creature, mi fece in parte riconciliare con loro, perchè era gentile da vero.
Lungo la via avevo osservato che quasi ogni pianta di ginestra era legata ad un'altra, per mezzo di un nodo intrecciato con le loro cime. E queste ginestre annodate fra loro non le vedevo soltanto lungo la via, ma in alcuni punti ne vedevo anche in lontananza disseminate qua e là perdersi giù per le balze della montagna. Domandai notizie di questo fatto e seppi che quei nodi venivano composti dai promessi sposi che accorrono alla festa, quasi emblema del nodo che già stringe i loro cuori o come promessa di fedeltà fatta dinanzi alla Regina degli Angeli. Questi nodi vengono poi sciolti dalle coppie felici che vi tornano dopo il matrimonio. Nella mia vita non avevo ancora veduto uscire da menti volgari un pensiero così altamente gentile, nè sotto forma così dolcemente poetica. Alcuni di quei nodi erano secchi, ed intristite le piante su le quali erano stati intrecciati. Che sarà avvenuto delle coppie che non erano tornate a scioglierli? Mi feci questa domanda e seguitai la discesa tutto occupato da pensieri malinconici.
Jeri sera ero già tornato in Napoli ed ebbi agio di assistere al ritorno dei pellegrini, la qual cerimonia si fa con uno sfarzo alquanto grottesco.
Ad una certa ora, i pellegrini, che tornando si son riuniti fuori di Porta Capuana, credo, a spolverarsi, a strigliarsi e a rammagare tutte le avarìe dei legni, dei cavalli e delle persone, fanno il loro ingresso in città in una lunga fila, percorrendo a trotto serrato le vie della Marinella, del Piliero, Largo del Municipio, San Carlo, Castello, strada Santa Lucia, ec., in mezzo al popolo che gli attende e fa ala lungo il loro cammino.
La corsa sfrenata e l'aspetto brillante dei loro equipaggi però ha qualche cosa di originale e di fantastico. Le donne sono cariche dei loro più ricchi giojelli e delle loro vesti più sfarzose e brillano e luccicano come pappagalli al sole; gli uomini hanno i cappelli carichi di gingilli di talco o sormontati da penne di fagiano e passano sventolando bandiere, ma serj però e pieni di goffo orgoglio della invidia che credono poter destare in chi sta ad osservarli; fumano tutti un sigaro lungo lungo rinnovato per l'occasione e sputano maestosamente.
Le carrozze, i cavalli e le loro bardature da un certo aspetto sono belle da vero e degne d'essere osservate. Questi focosi animali che a due e spesso a quattro compariscono scalpitando furiosamente, attaccati a stupende carrozze, sono quasi nascosti sotto i loro fantastici ornamenti. Ciuffi di penne, mazzi di fiori e trofei di campanelli d'ottone su le teste e sui pallini delle selle, nastri di seta di varj colori e camelie, o vere o finte, intrecciate e annodate alle criniere svolazzanti e alle code, placche d'ottone lucidissimo e borchie e banderuole che si agitano e scintillano sotto i loro colpi d'anca, li fanno sembrare, piuttosto che cavalli, mostri favolosi che scaturiscano infuocati e lucenti dalle caverne del vulcano. Le carrozze pure son guarnite di fronzoli d'ogni maniera, come alberelli d'ottone carichi di campanelli messi in luogo dei lampioni, bandiere con immagini di santi, mazzi di fiori e lembi di vesti delle odalische che le occupano, le quali lasciano a bella posta sventolare alla mostra scialli variopinti e nastri e penne colorate, mentre sono occupate a sostenere in alto i forcuti trofei che hanno riportato da Montevergine, sopraccarichi su la cima dei noti secchioli, zoccoletti, ciuffi di piume e di talco e fiori di ginestra e cento altri fronzoli, che non saprei enumerare anche ricordandomene.
La scena ha del teatrale, ma sotto un certo aspetto è bella.
Tutto questo sonaglìo, e luccichìo e strepito assordante per qualche momento abbaglia e stordisce piacevolmente, ma presto annoia e mette voglia di voltargli le spalle.
La gazzarra con questi equipaggi che vanno e vengono, che arrivano e tornano indietro e s'incrociano e s'arruffano, dura fino a calata di sole, andando sempre ad assottigliarsi, finchè tutti spariscono, per spingersi: i più agiati fino allo scoglio di Frisio a ribere e a rimangiare impippiandosi fino al gorguzzule; gli altri per fermarsi al Gran Caffè o a Santa Lucia ad ingozzare vistosamente ostriche e gelati, e per andarsene poi tutti a digerire l'indigestione o a meditare sopra i sacrifizj che costerà loro per tutta l'annata un'orgia di tre giorni.