Don Fiorenzo
Dammi la tua mano.
Sebastiano
Sùbito. (Gliela porge.)
Don Fiorenzo
(tenendogliela fra le sue) Tu non vorrai essere un egoista. Tu non vorrai lasciarmi solo sulla terra!... Se tu sparissi, chi mi resterebbe vicino? Sì, questo sventurato (indica Barbarello) mi sarà fedele finchè campo, ma la fedeltà sua a che può giovarmi? È una fedeltà accecata e pazzesca che, anzi, va addensando giorno per giorno una bieca oscurità sulla bolgia della mia coscienza!... E quanto a mio fratello e a mia cognata — capirai —, essi saranno assorbiti dalla loro felicità... poi dai loro figliuoli, e... naturalmente... finiranno con l'allontanarsi. Tu, Sebastiano, mi sarai indispensabile. Non sono più l'uomo forte che ero un tempo.... L'hai detto tu stesso.... E dovrai aiutarmi tu a sostenere il peso della vita. Almeno, da te potrò avere il sollievo del compatimento.... Potrò almeno sfogarmi, con te, senza essere costretto a dissimulare la mia debolezza.... Con te, potrò perfino piangere (il pianto gli sale alla gola)... senza vergognarmene... perchè ho visto che anche tu piangi, qualche volta. (Silenziosamente, singhiozza.)
Sebastiano
Ma, dunque, sarà sempre più tenace, sarà sempre più maligno questo dolore che di nascosto ti attanaglia il cuore e che neppure dalla mia affezione si lascia veramente scoprire?!
Don Fiorenzo
Non è un dolore! Non è un dolore! È peggio! Chi soffre un dolore, ne conosce la causa, come tu conosci la causa del dolore tuo, e ciò gli serve, se non altro, a veder chiaro nel proprio essere e a misurare le proprie forze...; ma questa sofferenza mia è un mistero: — è un mistero che, negandomi ogni barlume di consapevolezza, mi avvolge, mi stringe, mi soffoca, mi fa desiderare la morte più di quanto la desideri tu e, disgraziatamente, non mi fa morire!