Stefano
(parlando concitatamente) Come lo schiavo disutile adula la persona a cui appartiene per accaparrarsene l'indulgenza. Che altro sono io per te? Per te che altro sarei se tu non fossi costretto alla sottomissione? Perfino quel vecchio scimunito che chiede l'elemosina ti desta maggiore simpatia; e tu ti compiaci di riferirmi che la demente ne conforta i dolori e ne asciuga le lagrime. Alla tua ignoranza, quel pezzente appare una creatura più interessante e più eletta di me. È lui, è lui che merita d'essere conservato all'umanità! È lui che merita ogni consolazione! È lui che merita la pietà di tutti!...
Valentino
(energico) Ma la pietà, tu non la vuoi.
Stefano
Non la voglio, no! E voglio avere invece, fino all'ultimo, il diritto di ripetere che non devo niente a nessuno. Ah! l'avete tutti desiderata ed affrettata coi vostri voti la mia caduta? Il vostro tenero cuore, timoroso dei pericoli della tirannia, ha anelato il momento dalla mia resa a discrezione? Ma io non m'arrendo. Io non cedo, perdio! Io non cedo e non chiedo! Io sopprimo piuttosto me stesso. Mi distruggo... (avventandosi sulla scrivania, prendendo il suo manoscritto e lacerandolo con violenza) Mi distruggo senza che nemmeno la pietà mia me lo impedisca, e vi rido in faccia, disprezzandovi ancora!... (Pausa. — Si sorregge alla scrivania, affranto, annientato, e come se parlasse alla sua coscienza, con voce tremola dice sommessamente:) No!... Non è così!... Non è più così!
Valentino
(triste, calmo, circospetto, curando di non fargliene accorgere, raccoglie da terra i pezzi di carta, e, alle spalle di Stefano, apre un cassetto della scrivania e ve li ripone.)
La voce di Teresa
(in lontananza) Vedi, vedi quella fata che va verso la mia casa! Cammina sulle aiuole e non le guasta.