Nel mio animo e nel mio sangue non c'è che l'offesa della mia sorte vigliacca, non c'è che il bisogno frenetico di ribellarmi ad essa come a una tirannia schiacciante! Essere presa da vostro figlio, no! no!... Per un'altra donna sarebbe forse un rifugio o una vendetta: per me sarebbe una umiliazione, tanto più bassa quanto più credessi probabile la sconfitta del mio cuore e dei miei sensi. E fossi pure insidiata come dal potere di un filtro irresistibile, vi giuro, Corrado, vi giuro che saprei....
Corrado
(interrompendola con la parola e col gesto) Tacete, Nanetta! Non fate questo giuramento! O, almeno, non fatelo a me!... Io non posso accettarlo. Non mi spetta. Lasciate ch'io resti nel martirio che ho saputo prepararmi e meritare. (Parla sottovoce, preso da uno strano tremito interiore, stranissimo in lui.) Ciò che accade è la degna punizione d'un uomo che non ha il diritto di gettare le braccia al collo di suo figlio... e di chiamarlo figlio. (In un rigurgito di rimorsi e di tenerezza inane, il suo pensiero s'indugia.) Del resto, noi ci siamo già separati per sempre questa notte, e oggi... voi dovete già considerarmi... come un assente,... come una persona... lontana... (Ha davvero la sensazione che gl'incomba d'essere un assente. — Si leva in silenzio. Prende il cappello. — Gli sfugge un singhiozzo. Con passo lento e malfermo va sino alla soglia in fondo.)
Nanetta
(senza voltarsi, lo sogguarda, scrollando il capo, compassionevolmente.)
Corrado
(si appoggia un istante con un braccio allo stipite. Indi si fa forza, e sparisce.)
Nanetta
(appena uscito Corrado, ha un momento d'intensa e agitata riflessione. Indi, cede all'impeto di affrettare la soluzione liberatrice. Alla porta di sinistra, chiama urgentemente:) Enrico! Enrico!... (E più forte ancora:) Enrico, vieni qua! Subito!