Era notte chiusa oramai; tirava un forte ponente, il cielo pareva di cristallo e il mare liscio di acciaio forbito.

Zaverio non aveva mantello, rabbrividiva dal freddo. Si sentiva a disagio; si volgeva inquieto ora alla città che si allontanava, ora alla costa silenziosa e buia di Mergellina cui erano diretti; e sempre, incontrava involontariamente lo sguardo di Gabriele; uno sguardo acuto, vigilante, diffidente, ostile che qualche volta gli spingeva suo malgrado la mano all’elsa della sciabola.

Approdarono al giardino di Ruoppolo.

Gabriele condusse la barca in una specie di grotta artificiale dove l’onde rompendosi in parecchi risvolti abilmente disposti penetravano in un piccolo bacino e venivano a lambire l’orlo in un praticello in pendìo dove tutto l’anno cresceva un’erbetta fine e fitta fitta.

Saltò a terra, tirò il canotto sulla riva e s’avviò dinanzi a Zaverio guidandolo attraverso i meandri del giardino.

Questi era tanto preoccupato che non badò dove lo si menasse.

Ma fu molto sorpreso di trovarsi nel salotto dove il barone l’aveva introdotto quella prima sera male augurata della loro conoscenza.

Volle chiederne la ragione al giardiniere ma questi era già sparito.

Toccò la porta ond’erano entrati; era chiusa di fuori.

Fosse caduto in un agguato? Si guardò intorno e notò allora che le due finestra erano chiuse anch’esse colle imposte sprangate.