E la condusse in una cameretta in fondo al piccolo appartamento terreno. La casa non aveva che un piano.
Sulla soglia Vittoria dovette fermarsi; si appoggiò allo stipite per non cadere; il sangue le affluiva al volto, le injettava gli occhi.
Si sentì mancar le gambe di sotto e diacciar in tutta la persona.
Ma a poco a poco la volontà riprese il suo impero: ella ebbe finalmente il coraggio di spingere uno sguardo innanzi a sè.
Vide una cosa orribile. Zaverio, macilento, smorto come un cadavere, irreconoscibile per lei, immobile, cogli occhi vitrei fissi alla finestra dove moriva il crepuscolo: le sue labbra si agitavano senza che ne uscisse alcun suono.
Donna Elvira gli s’era appressata e lo carezzava passandogli la mano sulla fronte sguarnita di capelli.
L’infermo non diè segno d’intelligenza.
Allora Vittoria, presa da subita passione, corse a lui, gli si buttò ai piedi gridando:
— Zaverio! Zaverio!
Quell’ombra d’uomo si scosse, spalancò gli occhi, le sue labbra bianche e tremanti balbettarono fievolmente: