Il desiderio si mutava mano mano in visione; udiva la voce di Zaverio chiamarla e quella della madre che lo garriva e ricusava di compiacerlo.
E Vittoria chiedeva ad alta voce:
— Ma perchè?
Sentendo che qualcuno s’appressava, ella balzò ad aprire dicendo:
— Eccomi.
Diffatti venivano a cercarla da parte della duchessa.
Zaverio era stato preso da delirio; la chiamava, voleva uscire.
Il suo spirito risaliva ad un tratto, dalla cupa e taciturna tetraggine ove da un anno affondava, alle torture più acute della passione: risuscitava intero, non nella coscienza, bensì nel desiderio.
Quando Vittoria entrò da lui l’infelice le tese le braccia.
Ella vi si gettò, si abbandonò coraggiosamente, sorridendo, alla stretta di quel maniaco furioso che le fece scricchiolar l’ossa e l’avrebbe soffocata se i muscoli affranti, disfatti, avessero avuto ancora tanto vigore da reggere oltre all’impeto impulsivo di un minuto.