Ma l’indomani mattina ripetè la stessa scena.

Così nei dì seguenti; salvo le poche ore di riposo che gli imponeva la stanchezza, egli voleva continuamente essere in viaggio per sfuggire alle ricerche del barone che, diceva lui, l’inseguiva per riavere la moglie.

Perciò lo condussero di albergo in albergo, da Lugano a Bellinzona, poi a Vevey, a Ginevra.

Il dottore li seguì alcuni giorni: poi dovette confessare alle due donne che l’opera sua era inutile; la crisi era oltrepassata ed aveva esaurito l’ultima scintilla dell’intelligenza di Zaverio: — il quale oramai si smarriva nella demenza caotica.

Le consigliò di viaggiare all’estero anche per rendere servizio a donna Vittoria.

Egli tornò indietro.


Dopo due anni, in un paesello nei dintorni di Vienna, egli incontrò ancora Zaverio e la baronessa. La duchessa era morta: la madre infelicissima si era lasciata deperire; era spirata un giorno senza che alcuno se ne accorgesse.

Donna Vittoria non era più che uno scheletro. Si capiva che non viveva più che per la sua missione d’infermiera: che quando questa cura le fosse mancata non avrebbe avuto altro che a distendersi nella fossa e chiudere gli occhi: alla vita ell’era morta da un pezzo.

Zaverio s’era quetato. Era persuaso d’aver rapito la moglie al barone e d’averlo sviato. — Solo, a mesi d’intervallo, per precauzione voleva mutar dimora. Egli mulinava di divorziar donna Vittoria dal marito. Cercava per questo un avvocato: vedeva avvocati in tutti gli uomini che lo appressavano. — E la povera donna Vittoria, ella così altera del proprio pudore, ella che aveva a questo sacrificato la propria pace e la vita d’un uomo, oramai si rassegnava ad essere, da colui che ella amava, riguardata come una moglie adultera: quale scadimento morale!