Riccardo, s’intende, prese dominio della casa, non contrastato da Bettina, ceduto con riconoscenza da Giovanni.

Quando in primavera le pioggie, torrenziali in quella regione, li obbligarono a rinchiudersi, fu tanto generoso da invitarli a passare le serate nella propria camera, che naturalmente era la migliore.

Quivi, mentre i due amici fumavano beatamente e chiacchieravano, Bettina si teneva in disparte, accoccolata nel vano della finestra, la guancia appoggiata alla mano, il viso contro il vetro verdognolo, a guardar fuori la campagna allagata, il fiume torbido e gonfio che divorava le rive. Non s’intrometteva nei loro discorsi, teneva il meno posto possibile.

Riccardo pareva non accorgersi di lei. Invece Giovanni non sapeva staccarne gli occhi; il volto serio e immobile della donna indicava una misteriosa fissazione nella quale la sua tenerezza d’innamorato, ingrossata dalla riconoscenza dello sposo, amava tuffarsi e smarrirsi.

Egli perdeva così di vista l’argomento del discorso. L’amico lo rampognava morsicando con atto vezzoso di dispetto l’ambra della sua pipa:

— Eh che vi manca tempo?

Allora Bettina dava un guizzo e un lieve rossore le coloriva le guancie.

A tavola con le sue mani grassoccie e a fossette ella passava i piatti ai due uomini, seria, impassibile come quando serviva nell’antica sala da pranzo di via Nizza. Se Giovanni nel ringraziarla le poneva la mano sul braccio, ella si schermiva bruscamente, senza parlare e senza guardarlo in faccia, da quella carezza maritale, come dalle famigliarità dei suoi antichi dozzinanti.

In maggio il tempo si racconciò e si ripresero alacremente i lavori. Fu una travagliosa estate: Giovanni in piedi allo spuntar del giorno, a cavallo sotto la sferza del sollione, non abbandonava un minuto gli operai; nell’ora del riposo disegnava, studiava, dava degli ordini agli assistenti, poi curava egli stesso la esecuzione, e dava anche una mano all’occorrenza. Lasciava a Riccardo le faccende meno gravi, accordandogli volentieri il vanto di un’alta direzione che quegli aveva la bontà di prendere sul serio, — e che per Giovanni si riduceva al lasciarsi consigliare ciò ch’egli aveva già pensato di fare.

Una vita da ammazzar un toro. Le forze cedevano sotto l’impulso della volontà. Il suo organismo atletico aveva delle delicatezze incredibili.