— Ho freddo.
Ella gli buttò addosso tutte le coperte che avevano, ma dopo qualche po’ egli le respinse lamentandosi che soffocava. Nella notte fu preso dal delirio. Il medico venuto da Eboli brontolò di congestione, di febbre putrida, di tifo, e concluse: — gravissimo.
I giorni si succedettero, la febbre non scemò.
Il malato restò assorto in un denso sopore, dal quale appena lo riscuoteva un vago e triste delirio. Nella sua mente ottenebrata una sola immagine rimase viva: quella di Bettina.
Egli le diceva parole dì tenerezza, quali la sua timidezza non gli aveva mai consentito.
La moglie sosteneva da sola le gravi fatiche dell’assistenza; non c’era nel paese chi potesse aiutarla.
Riccardo passava qualche quarto d’ora nella camera; già, egli lo diceva, non era buono a nulla. Era troppo nervoso; la vita dell’infermiere gli era intollerabile. Bisognava pigliare il mondo pel suo verso e fuggir la malinconia; almeno questa era la sua opinione. E queste massime erano il solo sollievo ch’egli desse alla povera donna.
Ma una sera ella si fe’ ardita e lo pregò di tenerle un po’ di compagnia. Accondiscese di mala voglia: si tenne lontano più che fosse possibile dal letto, ritto nel vano della finestra.
Un’afa opprimente, sfibrante. Giovanni appena dava segno di vita con un gemito sordo e lento.
Bettina cascava dalla stanchezza: le sue forze erano allo stremo, aveva passate undici notti vestita, nelle quali qualche ora soltanto aveva potuto dormire buttata sopra tre sedie; Giovanni non poteva soffrire gli toccassero il letto.