Riccardo me le contò poi nella mia camera.
— Quella fatale creatura mi voleva uccidere, ma me ne sono liberato. Ella è morta, oh ella è morta! — egli esclamò con un impeto di gioia cinica che mi fè rabbrividire. — Ma un accesso di tosse gli mozzò la parola.
Impallidì, io osservai allora il suo volto macilento, disfatto.
— Sei malato? — gli chiesi.
— No, — rispose stizzoso, — sto bene.
Ma non era vero: la tosse ch’egli cercava di soffocare gli rompeva il petto.
Le sue gambe vacillarono, egli cadde sul mio divano e si coprì le labbra colla pezzuola che diventò rossa di sangue.
Allora vidi quell’uomo ch’io aveva conosciuto così fiero e superbo avvilirsi profondamente: egli si abbandonò impaurito fra le mie braccia, mi strinse furioso. Mi chiedeva conforto, mi diceva:
— Sarà nulla, vero? non sarà nulla!
Era spaventato, temeva di morite.