Parlò lungamente, per parecchie ore di seguito, senza smarrir mai il filo, con la maggior coerenza di idee. Se un matto possa parlare a quel modo non so: certo è che molti savi gl’invidierebbero quella sua precisione.

A parte la stranezza dei fatti narrati, il suo racconto aveva tutto l’accento della verità.

II.

Due anni prima, Gustavo, dopo una lunga serie di inconcludenti amoruzzi, erasi lanciato per la prima volta in una tresca colpevole e vi si era incaponito, non per passione, bensì per la vanità di spuntarla. Egli era alla vigilia di un successo, miserabile successo che avrebbe distrutto la pace di una famiglia rispettabile legata colla sua da antichi vincoli d’amicizia, e s’applaudiva della propria abilità sciagurata, — quando all’improvviso venne in mente al padre di mandarlo per certo affare a Gressoney da un signor Peyrat, suo lontano parente da parte della madre. Costui, salvo alcuni mesi d’estate, dimorava a Monaco di Baviera e fra lui e il presidente correvano delle relazioni molto rallentate. Gustavo non l’aveva mai visto.

Gustavo dovette suo malgrado obbedire; partì per la valle d’Aosta un mattino di luglio, e l’indomani, un’ora prima del tramonto, s’inerpicava su per il sentiero di Prè du Lais che mette capo all’ultimo ripiano della valle della Lys.

Attraversò Gressoney Saint-Jean, salì a Gressoney la Trinité, altra frazione più alta del piccolo comune.

Il cugino abitava uno degli ultimi châlet al di là di Orsia, al piede del Monte Rosa.

Quando Gustavo vi giunse, egli era fuori colla figliuola. La vecchia fantesca gli disse che in casa non c’era nessuno. Lo introdusse in un ampio tinello dalle pareti rivestite di abete all’uso svizzero: accese una bella fiammata nel camino e lo lasciò solo.

I cugini tardarono a rincasare. Cominciava a far notte.

Le tenebre salivano dalla valle. C’era un silenzio profondo; il silenzio della montagna: Gustavo, seduto accanto alla finestra, guardava fuori il paesaggio e lo trovava triste.