La baronessa passeggiava agitatissima innanzi a lui.

— Voi mi trovate assurda; certo ne ridete e mi schernite in cuor vostro.... ma badate, aggiunse cupamente, io posso vendicarmi....

Ella tacque, la passione le toglieva la voce.

Zaverio disse:

— Non vi chieggo perdono, la mia colpa è troppo grave.... Fu una debolezza inescusabile.... ma se sapeste quanto me ne vergogno!

Vittoria rise.

— Ma di che? riprese con amara ironia — vergogna di che? siete troppo buono! diamine: — pagate voi i vostri debiti? rispettate i vostri contratti? mantenete la parola data? siete onesto, un uomo d’onore — avete tutto il diritto di reagire, di chiedere soddisfazione a chi ardisse dubitarne. L’offendere una donna, chi se ne fa uno scrupolo? Diamine; ciò che io ho l’ingenuità di chiamare una bassezza, è una cosa da nulla — anzi una bella impresa di cui potete menar vanto cogli amici, ed essere anche invidiato!...

Un singhiozzo, ch’ella represse sdegnosamente, l’interruppe.

Zaverio era desolato.

— Signora, disse, non pretendo scusarmi; i vostri rimproveri non sono più acerbi di quelli ch’io fo a me stesso. Ma se ciò può scemar il vostro cordoglio, io vi giuro che non una parola di ciò che è avvenuto è mai uscita dalla mia bocca.... Voi non mi credete?