— Venite di nuovo e presto; sono sola tutta la giornata e triste; mi terrete compagnia.

E Zaverio tornò verso il fine della settimana e poi prese l’abitudine di venirci quasi ogni giorno, semprechè i doveri del servizio glielo consentivano. La baronessa lo riceveva costantemente in sala.

Il suo contegno era stranamente ineguale.

Mentre parlava tranquilla delle cose più comuni si turbava ad un tratto, usciva fuori in sarcasmi, in rabbuffi, in violenze inesplicabili. Di solito laconica, pensosa, aveva dei momenti di una loquacità singolare; oppure lasciando a mezzo la frase, la parola magari, ammutoliva e bisognava lasciarla stare od era peggio: talvolta, dopo qualche minuto di silenzio, si rabboniva e ripigliava il discorso interrotto.

Impossibile fidarsi del suo umore: era vivace, un minuto dopo annoiata, rannuvolata — era serena e diventava permalosa, beffarda, insoffribile. Qualche rara volta si mostrava espansiva, confidente — e allora seguiva sempre una reazione, era quando cadeva nei peggiori malestri...

Certe sere pareva soggiogata da una cupa afflizione, si stringeva con mano irrequieta la fronte, con dei gemiti che parevanle strappati in fondo al cuore da uno spasimo intenso: mormorava:

— Oh Dio... che cosa orribile! che inferno!

E guai se Zaverio mostrava di compatirla o anche solo di accorgersi della sua pena.

— Che ne sapete voi, rispondeva, ho mal di capo.

Se egli si alzava per ritirarsi gli gridava indispettito: