Le illusioni della sua ignoranza non durarono a lungo; ella non tardò a riconoscere il pantano in cui era scivolata. Ella innocente, pura, due giorni dopo le nozze, ancora tutta sgomenta dei diritti di famigliarità che le usanze e la legge danno, col titolo di sposo, all’uomo ignoto — ebbe la vergogna di sentire quell’uomo rallegrare un crocchio di amici ubbriachi col racconto di ciò ch’ella non avrebbe voluto confessare neppure a sè stessa.
— Io presentii fin d’allora che quell’uomo dalle bassezze senza limiti mi avrebbe esposta. E ciò è avvenuto.
Donna Vittoria si rizzò coi pugni chiusi dinanzi a Zaverio.
— E voi siete qui ed io racconto a voi queste cose, a voi suo amico, suo complice! Voi troverete certo tutto ciò naturalissimo.
— Oh no, sclamò il capitano, voi sapete che non è vero.
— Ma lo tollerate.... e s’egli entrasse ora gli stringereste la mano.
Zaverio la guardò stupefatto.
Ella dovette leggere nel suo pensiero.
— Ah! perchè lo tollero io? volete dire. Non lo tollero, lo sopporto; posso fare altrimenti? C’era forse un mezzo per evitarlo? Una separazione? Ma dove sono i motivi, dove sono le prove? Dovevo io rivelare la mia onta ad un giudice, ad un uomo che mi avrebbe forse respinta, certo derisa? Eppoi, la separazione legale cos’è? so che è venuta di moda e che molte donne ne profittano — a me mi ripugna: dei due coniugi separati chi scapita sempre è la donna. Una donna separata dal marito è condannata a portarne il nome odioso ed è per dippiù disonorata. Il mondo che mi rispetta ora che porto un nome abbietto continuerebbe a chiamarmi con quello e non mi perdonerebbe l’orgoglio di voler riprendere il mio illustre e senza macchia.
— È vero! disse tristamente Zaverio.