Tutta la sua persona comandava l’amore: il suo cipiglio lo vietava.
Ma un dì che Zaverio s’era trattenuto un po’ tardi e la baronessa s’era dimenticata di domandare il lume, — il silenzio che durava da un pezzo lasciando libero il freno alle provocazioni della fantasia, l’aria tepida e profumata, l’aspetto di quella bella donna, di cui il barlume del crepuscolo carezzava misteriosamente il viso bianco — l’intimità di quell’ora e di quell’abbandono fecero girar vertiginosamente la testa al giovane che, spinto da passione violenta, le prese ad un tratto la mano e la coperse di baci.
La baronessa balzò in piedi fieramente corrucciata.
— Ah dimenticavo, disse con voce tremante dalla collera, che voi siete incapaci di aver amicizia per una donna. Peggio per voi che me ne avvertite.
Zaverio intimidito, mortificato, balbettò qualche parola e si scostò.
Seguì un lungo e molesto silenzio.
La baronessa non chiamò neppure allora la cameriera. Si ritrasse lentamente nel vano della finestra e voltò le spalle in fuori.
Zaverio provava un gran bisogno di dir qualcosa pur di parlare. Egli disse poi:
— Era meglio che non fossi mai venuto. Ve l’ho detto la prima volta che voi mi riceveste, di mandarmi via. Perchè non l’avete fatto?
Egli non poteva scorgere il viso della baronessa che rimaneva nell’ombra.