Vi sono bensì delle parole, degli atti di tale più alto e divino eroe ed assertore della coscienza religiosa che ci appariscono come traslucida rivelazione dell'assoluto religioso: molte pagine del Vangelo, la morte di Cristo. Ma sono parole, atti e momenti singoli immensamente remoti dalla complessità di una dottrina e di un sistema religioso, di una liturgia, di una Chiesa; poichè appena quel lucido rivo incomincia la sua via, incomincia anche necessariamente ad ingrossare del contributo di innumerevoli coscienze.
Ma questa autonomia spirituale di ciascuna coscienza, si chiede, non rende impossibile ogni religione positiva, se religione positiva è consenso di più persone nell'adorazione di un Dio? E la coscienza religiosa, che adora il suo Dio, non tende necessariamente a superarsi e contraddirsi, per il fatto che essa, riconoscendo nel suo Dio il vero Dio, non può per ciò stesso ammettere o tollerare altre forme di adorazione di Dio, altri dèi? «In quanto e nel momento in cui io adoro il mio Dio, non posso ritenere questo Dio come esistente soltanto dinanzi a me, senza, per ciò stesso, annullarlo come Dio, e quindi anche in quanto mio. O è Dio per me e per gli altri, o non è Dio neppure per me»¹.
¹ F. CARABELLESE, in Rivista di filosofia, anno V, pag. 281.
A parte il fatto che una tale difficoltà deve essere risolta in qualunque sistema religioso, poichè anche in un noviziato di gesuiti il Dio di un novizio non è Dio dell'altro che per approssimazione e artificiosamente, tanto che il Dio del superiore dei novizi vuol essere obbedito ciecamente e senza discussione, e quindi il Dio degli inferiori non è che un odioso gendarme… di se stesso, la difficoltà nasce dal non aver compreso di qual natura sia e quale possa apparire alle coscienze il Dio della immanenza, nel senso non trascendentale ma psicologico e storico da noi indicato.
Il Dio che io adoro, il mio Dio, è una mia creazione e costruzione; e io lo adoro. Egli è mio, e quindi talmente mio che non può esser di altri, perchè è specchio e fattura e personificazione della mia coscienza; e tuttavia mi unisco ad altri nell'adorarlo.
Mai forse si trovarono insieme, come in questo congresso, uomini di fedi diversissime—o forse solo al congresso delle religioni a Chicago—; e pure queste nostre riunioni sono una tacita adorazione di un unico Dio.
La verità è che non nell'oggetto o nel fatto o nel verbo della mia creazione sta la religione mia, ma nell'atto stesso della creazione; non in quanto va a Dio, ma in quanto viene da Dio ed è uno sforzo con il quale questo Dio da cui viene si trasfonde nel mio essere e lo nobilita e lo spinge innanzi, a superarsi, ad ascendere, a divenire più efficace ed intensa creazione.
Quindi il mio Dio non in tanto è Dio in quanto viene, uno e identico, adorato da molti, ma in quanto uno s'incarna ed esprime e traduce in molti, ineffabile e incommunicabile secondo quel che egli è, vivente e vero e concreto in ciò che noi siamo ed andiamo divenendo secondo lui, in cui viviamo, ci muoviamo e siamo; uno e vero nella stessa molteplicità delle imagini.
Aver creduto di poter passare dalla interiorità alla esteriorità spirituale fissando un Dio oggetto, persona esteriore e tipo, è l'errore, in proporzioni più o meno gravi, di tutte le religioni storiche del passato, ed insieme la fonte di tutte le discordie teologiche e religiose; aver veramente e definitivamente ricondotto la religiosità nella interiorità è la grande conquista spirituale della coscienza moderna.
In essa i diritti dell'individuo sono salvi, appunto perchè è preclusa ogni via alla sopraffazione di un altro individuo nel nome della divinità; ma insieme sussiste il vincolo religioso, fra individui, nello spazio e nel tempo, come vedremo.