— Porta a passeggio i cani, ma si vergogna a dirlo — spiegò Raven. Mise la sua foto sul tavolo e prese la seconda. Improvvisamente si irrigidì.

— Cosa gli avete fatto? — chiese girando la foto verso Thorstern.

— Io? Niente.

— Avete fatto fare lo sporco lavoro per procura.

— Io non ho dato istruzioni precise — disse Thorstern, colto alla sprovvista per la reazione di Raven. — Io ho detto soltanto di prendere Steen e di fargli dire cos’era successo. — Portò nuovamente lo sguardo alla fotografia e assunse l’espressione di uno che deplori quello che sta osservando. — E così loro hanno fatto.

— Devono essersi divertiti parecchio a giudicare da come l’hanno conciato. — Raven era seccato e lo dimostrava apertamente. — Steen è morto senza colpa. Comunque, non rimpiango la sua fine come non deve averla rimpianta lui.

— Davvero? — disse Thorstern, sorpreso per il commento tanto in contrasto con la reazione di Raven.

— La sua fine non ha la minima importanza. Prima o poi sarebbe venuta anche fosse vissuto cent’anni. — Raven lasciò cadere la fotografia sul tavolo. — Deploro soltanto che la sua fine sia stata lenta. Deve aver impiegato parecchio a morire e questo è un male. Una cosa imperdonabile. — Improvvisamente i suoi occhi divennero scintillanti. — Tutto questo sarà ricordato, quando verrà il vostro turno.

Di nuovo Thorstern sentì un brivido freddo percorrergli la schiena e si sforzò di dominare la paura: la paura era una cosa che non poteva ammettere. Aveva giocato le sue carte, nella speranza che potessero servire come ammonimento, ma doveva ammettere che forse aveva sbagliato.

— Sono andati oltre i miei ordini. E ho rimproverato i miei uomini severamente — disse.