E tu, angelo terrestre, cadi da l’altezza (per la superbia tua) della dignitá del sacerdote e dal tesoro delle virtú nella povertá di molte miserie e, se tu non ti correggerai, nel profondo de l’inferno. Tu t’hai facto dio e signore il mondo e te medesimo: or di’ al mondo con tucte le sue delizie che tu hai prese in questa vita, e a la propria tua sensualitá con che tu hai usate le cose del mondo (colá dove Io ti posi nello stato del sacerdozio perché tu le spregiassi, e te e il mondo sensualmente); di’ che rendano ragione per te dinanzi a me, sommo giudice. Rispondarannoti che non ti possono aitare e farannosi beffe di te, dicendo:—Per te conviene che riesca.—E tu rimani confuso e vitoperato dinanzi a me e dinanzi al mondo. Tucto questo tuo danno tu nol vedi, però che, come decto è, le corna della superbia tua t’hanno aciecato. Ma tu el vedrai ne l’ultima extremitá della morte, dove tu non potrai pigliare rimedio in alcuna tua virtú, però che non l’hai se non solo nella misericordia mia, sperando in quello dolce Sangue del quale fusti facto ministro. Questo né a te né ad alcuno sará mai tolto, mentre che vorrai sperare nel Sangue e nella misericordia mia; benché neuno debba essere sí matto né tu sí cieco che tu ti conduca a l’extremitá.
Pensa che in su quella extremitá l’uomo che iniquamente è vissuto le dimonia l’accusano, el mondo e la propria fragilitá; e none il lusenga né li mostra il dilecto colá dove era l’amaro, né la cosa perfetta colá dove era imperfeczione, né il lume per la tenebre, sí come fare solevano nella vita sua: anco mostrano la veritá di quello che è. El cane della coscienzia, che era debile, comincia ad abbaiare tanto velocemente che quasi conduce l’anima a la disperazione. Benché neuna ve ne debba giognere, ma debba pigliare con esperanza il Sangue, non obstante i difecti che abbi commessi; però che senza veruna comparazione è maggiore la misericordia mia, la quale ricevete nel Sangue, che tucti e’ peccati che si commectono nel mondo. Ma neuno s’indugi, come decto è; ché forte cosa è a l’uomo trovarsi disarmato nel campo della bactaglia tra molti nemici.
CAPITOLO CXXX
Di molti altri defecti e’ quali comectono li predecti iniqui ministri.
—O carissima figliuola, questi miseri, de’ quali Io t’ho narrato, non ci hanno alcuna considerazione; però che, se essi l’avessero, non verrebbero a tanti difecti né eglino né gli altri, ma farebbero come gli altri che virtuosamente vivevano. E’ quali prima eleggevano la morte che volessero offender me e sozzare la faccia de l’anima loro e diminuire la dignitá nella quale Io gli avevo posti, ma crescevano la dignitá e la bellezza de l’anime loro. Non che la dignitá del sacerdote, puramente la dignitá, possa crescere per virtú né minuire per difecto, come decto t’ho; ma le virtú sonno uno adornamento e una dignitá che dánno a l’anima, oltre a la pura bellezza de l’anima che ella ha dal suo principio quando Io la creai a la imagine e similitudine mia. Questi cognobbero la veritá della bontá mia e la bellezza e dignitá loro, perché la superbia e amore proprio non l’aveva obfuscato né tolto el lume della ragione, però che n’erano privati e amavano me e la salute de l’anime.
Ma questi tapinelli, perché al tucto sonno privati del lume, non si curano d’andare di vizio in vizio, in fine che giongono a la fossa. E del tempio de l’anima loro e della sancta Chiesa, che è uno giardino, ne fanno riceptacolo d’animali. O carissima figliuola, quanto m’è abominevole che le case loro che debbono essere riceptacolo de’ servi miei e de’ poverelli, e debbono tenere per sposa el breviario, e i libri della sancta Scriptura per figliuoli, e ine dilectarsi per dare doctrina al proximo loro in prendere sancta vita; e esse sono riceptacolo d’inmondizie e d’inique persone. La sposa sua non è il breviario, anco tracta la decta sposa del breviario come adultera, ma è una miserabile dimonia che immondamente vive con lui; e’ libri suoi sonno la brigata de’ figliuoli; e co’ figliuoli, che egli ha acquistati in tanta bructura e miseria, si dilecta senza vergogna alcuna. Le pasque e i dí solempni, ne’ quali egli debba rendere gloria e loda al nome mio col divino officio e gictarmi oncenso d’umili e devote orazioni, e egli sta in giuoco e in sollazzo con le sue dimonie e va brigatando co’ secolari, cacciando e ucellando come se fusse uno secolare e uno signore di corte.
O misero uomo, a che se’ venuto? Tu debbi cacciare e ucellare ad anime per gloria e loda del nome mio, e stare nel giardino della sancta Chiesa; e tu vai per li boschi. Ma perché tu se’ facto bestia, tieni dentro ne l’anima tua gli animali de’ molti peccati mortali; e però se’ facto cacciatore e ucellatore di bestie, perché l’orto de l’anima tua è insalvatichito e pieno di spine: però hai preso dilecto d’andare per li luoghi deserti cercando le bestie salvatiche. Vergògnati, uomo, e raguarda e’ tuoi difecti, però che hai materia di vergognarti da qualunque lato tu ti vòlli. Ma tu non ti vergogni, perché hai perduto el sancto e vero timore di me. Ma, come la meretrice che è senza vergogna, ti vantarai di tenere il grande stato nel mondo e d’aver la bella fameglia e la brigata de’ molti figliuoli. E se tu non gli hai, cerchi d’averli, perché rimangano eredi del tuo. Ma tu se’ ladro e furo, però che tu sai bene che tu non el puoi lassare, perché le tue erede sonno e’ poveri e la sancta Chiesa. O dimonio incarnato, senza lume, tu cerchi quel che tu non debbi cercare; loditi e vantiti di quello che tu debbi venire a grande confusione e vergognarti dinanzi a me, che veggo lo intrinsico del cuore tuo, e dinanzi a le creature. Tu se’ confuso, e le corna della tua superbia non ti lassano vedere la tua confusione.
O carissima figliuola, Io l’ho posto in sul ponte della doctrina della mia Veritá a ministrare a voi perregrini e’ sacramenti della sancta Chiesa; ed egli sta nel miserabile fiume di socto al ponte, e nel fiume delle delizie e miserie del mondo ve li ministra, e non se n’avede che li giogne l’onda della morte, e vanne insieme co’ suoi signori dimòni, a’ quali esso ha servito e lassatosi guidare per la via del fiume senza alcuno ritegno. E se egli non si corregge, giogne a l’etterna danpnazione con tanta reprensione e rimproverio, che la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarlo. E molto piú egli che un altro, secolare: unde una medesima colpa è piú punita in lui che in un altro che fusse nello stato del mondo; e con piú rimproverio si levano e’ nemici suoi nel ponto della morte ad accusarlo, sí come Io ti dixi.
CAPITOLO CXXXI
De la differenzia de la morte de’ giusti ad quella de’ peccatori. E prima, de la morte de’ giusti.