E che diremo, dilectissima e carissima figliuola, di questa excellentissima virtú? Diremo che ella è uno bene senza veruno male; sta nella nave, nascosta, che neuno vento contrario le può nuocere; fa navicare l’anima sopra le braccia de l’ordine e del prelato, e non sopra le sue, perché il vero obbediente non ha a rendare ragione di sé a me, ma il prelato di cui egli è stato subdito.
Inamòrati, dilectissima figliuola, di questa gloriosa virtú. Vuogli tu essere grata de’ benefizi ricevuti da me, Padre etterno? Sia obbediente, però che l’obbedienzia ti mostra se tu se’ grata, perché procede dalla caritá. Ella ti mostra se tu non se’ ignorante, perché procede dal cognoscimento della mia veritá. Unde ella è uno bene cognosciuto nel Verbo, el quale v’insegnò la via de l’obbedienzia come vostra regola, facendosi obbediente infino all’obrobriosa morte della croce, nella cui obbedienzia (che fu la chiave che diserrò il cielo) è fondata l’obbedienzia, data a voi, generale e questa particulare, sí come nel principio del tractato di questa obbedienzia Io ti narrai.
Questa obbedienzia dá uno lume ne l’anima: mostra che ella è fedele a me ed è fedele a l’ordine e al prelato suo. Nel quale lume della sanctissima fede ha dimenticato sé, non cercando sé per sé, perché ne l’obbedienzia, acquistata col lume della fede, ha mostrato che nella volontá sua egli è morto a ogni proprio sentimento. Il quale sentimento sensitivo cerca le cose altrui e non le sue, come fa il disobbediente, che vuole investigare la volontá di chi li comanda e giudicarla secondo il suo basso parere e vedere tenebroso, ma non la sua perversa volontá che gli dá morte. Il vero obbediente, col lume della fede, ha giudicata la volontá del suo prelato in bene, e però non cerca la volontá sua, ma china il capo, e con l’odore della vera e sancta obbedienzia notrica l’anima sua. E tanto cresce ne l’anima questa virtú, quanto si dilata nel lume della sanctissima fede: ché con quello lume della fede col quale l’anima cognosce sé e me, con quello m’ama e s’aumilia. E quanto piú ama ed è umiliata, tanto piú è obbediente; e l’obbedienzia con la pazienzia sua sorella dimostrano se l’anima in veritá è vestita del vestimento nupziale della caritá, col quale vestimento intrate in vita etterna.
Unde l’obbedienzia diserra il cielo e rimane di fuore; e la caritá, che diede questa chiave, entra dentro col fructo de l’obbedienzia. Ogni virtú, sí com’Io ti dixi, rimane di fuore, e questa entra dentro; ma all’obbedienzia l’è apropriato che ella è chiave che v’opre, perché con la disobbedienzia del primo uomo fu serrato il cielo, e con l’obbedienzia dell’umile e fedele e inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, fu diserrata vita etterna, che tanto tempo era stata serrata.
CAPITOLO CLXIV
Distinczione di due obedienzie, cioè di quella de’ religiosi e di quella che si rende ad alcuna persona fuore de la religione.
—Sí come decto t’ho, egli ve la lassòe per regola e per doctrina, dandovela come chiave con che poteste aprire per giognere al fine vostro. Egli ve la lassò per comandamento nella generale obbedienzia. Egli ve ne consiglia, consigliandovi se voi volete andare alla grande perfeczione e passare per lo sportello strecto, come decto è, de l’ordine. E anco di quegli che non hanno ordine e nondimeno sonno nella navicella della perfeczione (ciò sonno quelli che observano la perfeczione de’ consigli fuore de l’ordine) hanno rifiutato le ricchezze e le pompe del mondo actuali e mentali e observano la continenzia: chi sta in stato virginale e chi ne l’odore della continenzia, essendo privati della virginitá. Essi observano l’obbedienzia sottomectendosi, sí come in un altro luogo Io ti dixi, ad alcuna creatura, alla quale s’ingegnano, con perfecta obbedienzia, obbedirle infino alla morte. E se tu mi dimandassi quale è di maggiore merito, o quegli che sta ne l’ordine o questi, Io ti rispondo che ’l merito de l’obbedienzia non è misurato ne l’acto né nel luogo né in cui, piú in buono che in gattivo, piú in secolare che in religioso; ma, secondo la misura de l’amore che ha l’obbediente, con questa misura gli è misurato. Ché al vero obbediente la inperfeczione del prelato gattivo non gli nuoce: anco alcuna volta gli giuova, perché con la persecuzione e con pesi indiscreti della grave obbedienzia acquista la virtú de l’obbedienzia e la pazienzia sua sorella. Né il luogo inperfecto non gli nuoce. Inperfecto, dico, ché piú perfecta e piú ferma e stabile cosa è la religione che veruno altro stato: e però ti pongo inperfecto il luogo di questi che hanno la chiave piccola de l’obbedienzia, observando i consigli fuore de l’ordine; ma non ti pongo inperfecta né di meno merito la loro obbedienzia, perché ogni obbedienzia, come decto è, e ogni altra virtú è misurata con la virtú de l’amore.
È ben vero che in molte altre cose, sí per lo voto che egli fa nelle mani del prelato suo e sí perché sostiene piú, piú e meglio gli è provata la obbedienzia ne l’ordine che fuore de l’ordine; però che ogni acto corporale gli è legato a questo giogo e non si può sciogliere, quando egli vuole, senza colpa di peccato mortale, perché è approvato dalla sancta Chiesa e facto voto. Ma questi non è cosí: egli s’è legato volontariamente, per amore che egli ha all’obbedienzia, ma non con voto solempne; unde, senza colpa di peccato mortale, si potrebbe partire dall’obbedienzia di quella creatura, avendo legiptime cagioni che per lo suo difecto egli non si partisse. Ma, se si partisse per suo difetto, non sarebbe senza gravissima colpa: non però obligato a peccato mortale, propriamente, per quello partire. Sai tu quanto ha da l’uno a l’altro? Quanto da colui che tolle l’altrui, a quello che ha prestato e poi ritolle quello che per amore aveva donato, con intenzione però di non richiederlo, ma carta non ne fa affermativamente. Ma quelli ha donato e tractane la carta nella professione, unde nelle mani del prelato renunzia a se medesimo e promecte d’observare obbedienzia e continenzia e povertá volontaria. E il prelato promecte a lui, se egli observa infino alla morte, di darli vita etterna.
Sí che in observanzia, in luogo e in modo, quella è piú perfecta, e questa è meno perfecta: quella è piú sicura, e, cadendo, è piú acto a rilevarsi perché ha piú aiuto; e questa è piú dubbiosa e meno sicura, e piú acto, s’egli viene caduto, a voltare il capo a dietro, perché non si sente legato per voto facto in professione, come sta il relegioso prima che sia professo, che infino alla professione si può partire, ma poi no. Ma il merito, t’ho decto e dico, che egli è dato secondo la misura de l’amore del vero obbediente, acciò che ogniuno, in qualunque stato egli si sia, possa perfectamente avere il merito, avendolo posto solo ne l’amore.
Cui chiamo in uno stato e cui in uno altro, secondo che ciascuno è acto a ricevare; ma ogniuno s’empie con questa misura decta de l’amore. Se il secolare ama piú che il religioso, piú riceve; e cosí il religioso piú che ’l secolare, e cosí tucti gli altri.