De la terza reprensione, la quale si fará nel dí del giudicio.

—Ora ti resto a dire della terza riprensione, cioè de l’ultimo dí del giudicio. Giá t’ho decto delle due: ora, acciò che tu vegga bene quanto l’uomo s’inganna, ti dirò della terza, cioè del giudicio generale, nel quale a l’anima tapinella sará rinfrescata e cresciuta la pena, per l’unione che l’anima fará col corpo, con una riprensione intollerabile, la quale le genererá confusione e vergogna.

Sappi che ne l’ultimo dí del giudicio, quando verrá il Verbo mio Figliuolo con la divina mia Maiestá a riprendere il mondo con la potenzia divina, egli non verrá come povarello, sí come quando egli nacque venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni. Alora Io nascosi la potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata da la natura umana; ma lassa’ lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre.

Non verrá cosí ora in questo ultimo punto; ma verrá con potenzia a riprendere egli con la propria persona. E non sará alcuna creatura che non riceva tremore, e renderá a ogniuno il debito suo.

A’ dannati miserabili lo’ dará tanto tormento l’aspecto suo e tanto terrore che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo; a’ giusti dará timore di reverenzia con grande giocunditá. Non che egli si muti la faccia sua, però che egli è immutabile, perché è una cosa con meco, secondo la natura divina. E secondo la natura umana, la faccia sua anco è immutabile, poi che prese la gloria della resurrexione. Ma a l’occhio del dannato se gli mostrarrá cotale, però che, con quello occhio terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el vedrá. Sí come l’occhio infermo che del sole, che è cosí lucido, non vede altro che tenebre; e l’occhio sano vede la luce. E questo non è per difecto della luce che si muti piú al cieco che a l’alluminato, ma è per difecto de l’occhio che è infermo. Cosí e’ dannati el veggono in tenebre, in confusione e in odio, non per difecto della divina mia Maiestá con la quale egli verrá a giudicare il mondo, ma per difecto loro.

CAPITOLO XL

Come i danpnati non possono desiderare alcuno bene.

—Egli è tanto l’odio che essi hanno, che non possono volere né desiderare veruno bene, ma sempre mi bastemmiano. E sai perché eglino non possono desiderare il bene? però che, finita la vita dell’uomo, è legato el libero arbitrio; per la qual cosa non possono meritare, perduto che essi hanno el tempo.

Se eglino finiscono in odio con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l’anima col legame de l’odio e sempre sta obstinata in quel male che ella ha, rodendosi in se medesima, e accrescele sempre pene, e spezialmente delle pene d’alcuni in particulare de’ quali ella fusse stata cagione della dannazione loro. Sí come vi dimostrò quello ricco dannato quando chiedeva di grazia che Lazzaro andasse a’ suoi frategli, e’ quali erano rimasi nel mondo, ad anunziare le pene sue. Questo giá non faceva per caritá né per compassione de’ frategli, però che egli era privato della caritá e non poteva desiderare bene né in onore di me né in salute loro; perché giá t’ho decto che non possono fare alcuno bene nel proximo e me bastemmiano, perché la vita loro finí ne l’odio di me e della virtú. Ma perché dunque il faceva? però che egli era stato el maggiore e avevali notricati nelle miserie nelle quali egli era vissuto, sí che egli era cagione della dannazione loro. Per la quale cagione se ne vedeva seguitare pena, giognendo eglino al crociato tormento, con lui insieme, dove sempre in odio si rodono, perché ne l’odio finí la vita loro.

CAPITOLO XLI