Questo è uno de’ soctili inganni che ’l dimonio faccia a’ servi miei. E però conviene, per vostra utilitá e per campare l’inganno del dimonio e per essere piacevoli a me, che sempre vi dilarghiate il cuore e l’affecto nella smisurata misericordia mia con vera umilitá. Ché sai che la superbia del dimonio non può sostenere la mente umile; né la sua confusione la larghezza della mia bontá e misericordia, dove l’anima in veritá speri.

E però, se ben ti ricorda, quando el dimonio ti voleva aterrare per confusione, volendoti mostrare che la vita tua fusse stata inganno e non avere seguitata né facta la volontá mia, tu allora facesti quel che tu dovevi fare e che la mia bontá ti die’ di potere fare (la quale bontá non è nascosa a chi la vuole ricevere), cioè che t’innalzasti nella misericordia mia con umilitá, dicendo:—Io confesso al mio Creatore che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nascondarò nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo; e cosí avarò consumate le iniquitá mie e godarommi, per desiderio, nel mio Creatore.

Sai che alora el dimonio fuggí. E tornando poi con l’altra, cioè di volerti levare in alto per superbia, dicendo:—Tu se’ perfecta e piacevole a Dio; non bisogna piú che t’affliga né che pianga e’ difecti tuoi;—donandoti Io alora el lume, vedesti la via che ti conveniva fare, cioè d’umiliarti; e rispondesti al dimonio, dicendo:—Miserabile a me! Giovanni Baptista non fece mai peccato e fu sanctificato nel ventre della madre, e nondimeno fece tanta penitenzia! E io ho commessi cotanti difecti, e non cominciai mai a cognoscerlo con pianto e vera contrizione, vedendo chi è Dio che è offeso da me, e chi so’ io che l’offendo!—

Allora el dimonio non potendo sostenere l’umilitá della mente né la speranza della mia bontá, disse a te:—Maladecta sia tu, ché modo non posso trovare con teco! Se io ti pongo abasso per confusione, e tu ti levi in alto a la misericordia. E se io ti pongo in alto, e tu ti poni abasso, venendo ne l’inferno per umilitá, e intro lo ’nferno mi perseguiti. Sí che io non tornarò piú a te, però che tu mi percuoti col bastone della caritá.—

Debba dunque l’anima condire col cognoscimento della mia bontá el cognoscimento di sé, e il cognoscimento di me col cognoscimento di sé. A questo modo l’orazione vocale sará utile a l’anima che la fará, e a me sará piacevole. E da l’orazione vocale imperfecta giognará, perseverando con l’exercizio, a l’orazione mentale perfecta. Ma se semplicemente mira di compire el numero suo, o se per la orazione vocale lassasse l’orazione mentale, non vi giogne mai.

Alcuna volta sará l’anima sí ignorante che, factosi el suo proponimento di dire cotanta orazione con la lingua (e io alcuna volta visitarò la mente sua, quando in uno modo e quando in uno altro: alcuna volta in uno lume di cognoscimento di sé con una contrizione del difecto suo; alcuna volta nella larghezza della mia caritá; alcuna volta ponendole dinanzi a la mente sua in diversi modi, secondo che piace a me, la presenzia della mia Veritá, e secondo che essa anima avesse desiderato), ed ella, per compire il suo numero, lassa la visitazione di me che sente nella mente, quasi per coscienzia che si fará di lassare quello che ha cominciato.

Non debba fare cosí, però che, facendolo, sarebbe inganno di dimonio; ma subbito che sente disponere la mente per mia visitazione (per molti modi, come detto è), debba abandonare l’orazione vocale. Poi, passata la mentale, se ha tempo, può ripigliare quello che proposto s’aveva di dire; non avendo tenpo non se ne debba curare, né venirne a tedio né confusione di mente. Cosí debba fare. Guarda giá che non fusse l’offizio divino, el quale i cherici e religiosi sonno tenuti e obligati di dire; e non dicendolo, offendono. Essi debbono infino a la morte dire l’offizio suo. E se essi si sentissero, all’ora debita che si debba dire, la mente tracta e levata per desiderio, si debbano provedere di dirlo innanzi o dirlo poi, sí che non trapassi che il debito de l’offizio non sia renduto.

D’ogni altra cosa che l’anima cominciasse, la debba cominciare vocalmente per giognere a la mentale. E sentendosi la mente disposta, la debba lassare per la cagione decta. Questa orazione vocale, facta nel modo che decto t’ho, giognerá ad perfeczione; e però non debba lassare l’orazione vocale, per qualunque modo ella è facta, ma debba andare col modo che decto t’ho. E cosí con l’essercizio e perseveranzia gustará l’orazione in veritá e il cibo del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. E però ti dixi che alcuno si comunicava virtualmente del Corpo e del sangue di Cristo, benché non sacramentalmente, cioè comunicandosi de l’affecto della caritá, la quale gusta col mezzo della sancta orazione, poco e assai, secondo l’affecto di colui che òra.

Chi va con poca prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai, assai truova; perché quanto l’anima piú s’ingegna di sciogliere l’affecto suo e legarlo in me col lume de l’intellecto, piú cognosce: chi piú cognosce piú ama; piú amando, piú gusta.

Adunque vedi che l’orazione perfecta non s’acquista con molte parole, ma con affecto di desiderio, levandosi in me con cognoscimento di sé, condito insieme l’uno con l’altro. Cosí insiememente avará la vocale e la mentale, perché elle stanno insieme sí come la vita activa e la vita contemplativa.