—Questi non sentono malagevolezza della morte, però che n’hanno desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che naturalmente è fra l’anima e ’l corpo: sicché, dato el bocto all’amore naturale, con odio della vita del corpo suo e con amore di me, desidera la morte. E però dice: «Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d’essere sciolta dal corpo ed essere con Cristo». E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo: «La morte m’è in dexiderio e la vita impazienzia». Però che l’anima levata in questa perfecta unione desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando, dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tracto in me per affecto d’amore, siccome Io ti dixi, cioè che tucti e’ sentimenti del corpo erano tratti per la forza dell’affecto dell’anima, unita in me piú perfectamente che non è l’unione tra l’anima e ’l corpo); traendo dunque ad me questa unione (però che giá ti dixi che il corpo non era sufficiente a portare la continua unione), Io mi parto per unione, ma non per grazia né per sentimento, come nel secondo e terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con piú acrescimento di grazia e con piú perfecta unione. Onde, sempre di nuovo e con piú altezza e cognoscimento della mia veritá, torno, manifestando me medeximo a loro. E quando Io mi parto, per lo modo decto, perché il corpo torni un poco al sentimento suo, dico che per l’unione che Io avevo facta nell’anima, e l’anima in me, tornando ad sé, cioè al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere, vedendosi levata da l’unione di me, levandosi da la conversazione degl’inmortali e trovandosi con la conversazione de’ mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.

Questo è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da le mie creature. Per questo e per lo desiderio di vedermi, l’è incomportabile la vita loro; e nondimeno, perché la volontá loro non è loro, anco è facta una cosa con meco per amore, non possono volere né desiderare altro che quello ch’Io voglio. Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano con loro pena, per piú gloria e loda del nome mio e salute de l’anime. Sí che in veruna cosa si scordano da la mia volontá, ma corrono con espasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della doctrina sua, gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilectano quanto si veggono sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo desiderio e volontá del sostenere mitiga la pena che essi hanno d’essere sciolti dal corpo.

Costoro non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte tribolazioni. Portando, hanno dilecto; non portando, hanno pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrifizio de’ loro desidèri: ma sostenendo, permectendo lo’ le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo’ fusse possibile d’avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero, ché piú tosto si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtú, che per altro modo avere vita etterna.

Perché? perché sonno affogati e annegati nel Sangue, dove truovano l’affocata mia caritá; la quale caritá è uno fuoco, che procede da me, che rapisce il cuore e la mente loro, acceptando el sacrificio de’ loro desidèri. Unde si leva l’occhio de l’intellecto specolandosi nella mia Deitá, dove l’affetto si notrica e si unisce, tenendo dietro a l’intellecto. Questo è uno vedere per grazia infusa che Io fo ne l’anima che in veritá ama e serve me.

CAPITOLO LXXXV

Come quelli che sono gionti al predecto stato unitivo, sono illuminati nell’occhio dell’intellecto loro di lume sopranaturale infuso per grazia; e come è meglio andare per consiglio de la salute dell’anima ad uno umile con sancta coscienzia, che a uno superbo licterato.

—Con questo lume, il quale è posto ne l’occhio de l’intellecto, mi vidde Tomaso, unde acquistò el lume della molta scienzia. Agustino, Ieronimo e gli altri doctori e sancti miei, illuminati dalla mia veritá, intendevano e cognoscevano nelle tenebre la mia veritá; cioè che la sancta Scriptura, che pareva tenebrosa perché non era intesa, non per difecto della Scriptura ma dello intenditore che non intendeva. E però Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi intendimenti. Levavano l’occhio de l’intellecto per cognoscere la veritá nella tenebre, come decto è. E Io, fuoco acceptatore del sacrificio loro, gli rapivo, dando lo’ lume non per natura ma sopra ogni natura, e nella tenebre ricevevano el lume cognoscendo la veritá per questo modo.

Unde, quella che alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo lume a’ grossi e a’ soctili di qualunque maniera gente si sia. Ogniuno riceve secondo la sua capacitá e secondo che esso si vuole disponere a cognoscere me, perch’Io none spregio le loro disposizioni. Sí che vedi che l’occhio de l’intellecto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra del lume naturale, nel quale i doctori e gli altri sancti cognobbero la luce nella tenebre, e di tenebre si fece luce, però che lo ’ntellecto fu prima che fusse formata la Scriptura; unde da l’intellecto venne la scienzia, perché nel vedere discerse.

Per questo modo discersero e intesero e’ sancti padri e profeti che profetavano de l’avenimento e morte del mio Figliuolo. Per questo modo ebbero gli apostoli doppo l’avenimento dello Spirito sancto, che lo’ donòe questo lume sopra el lume naturale. Questo ebbero evangelisti, doctori, confessori, vergini e martiri; e tucti sono stati illuminati da questo perfecto lume; e ogniuno avutolo in diversi modi, secondo la necessitá della salute sua e della salute de le creature, e a dichiarazione della sancta Scriptura. Sí come fecero e’ sancti doctori, nella scienzia dichiarando la doctrina della mia Veritá, la predicazione degli appostoli, le sposizioni sopra e’ vangeli de’ vangelisti; e’ martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima fede, el fructo e il tesoro del sangue de l’Agnello; le vergini, ne l’affecto della caritá e puritá; negli obedienti è dichiarata l’obedienzia del Verbo, cioè mostrando la perfeczione de l’obedienzia, la quale riluce nella mia Veritá, che, per l’obedienzia ch’Io gl’imposi, corse a l’obrobriosa morte della croce.

Tucto questo lume e’ si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento. Nel vecchio, le profezie de’ sancti profeti, fu veduto e cognosciuto da l’occhio de l’intellecto col lume infuso per grazia da me sopra el lume naturale, come decto t’ho. Nel nuovo Testamento della vita evangelica, con che è dichiarata a’ fedeli cristiani? con questo lume medesimo. E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe la legge nuova la legge vechia, anco si legò insieme; ma tolsele la imperfeczione, perché ella era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, con la legge de l’amore la compí, dandole l’amore, levando el timore della pena e rimanendo el timore sancto. E però dixe la mia Veritá a’ discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della legge: «Io non so’ venuto a dissolvere la legge, ma adempirla». Quasi dicesse la mia Veritá a loro:—La legge è ora imperfecta, ma col sangue mio la farò perfecta, e cosí la riempirò di quello che ora le manca, tollendo via el timore della pena e fondandola in amore e in timore sancto.