Per quale ragione, dal primo giorno in cui ho posto tenda a X..., mi ha chiamato a sè quel luogo dal quale in altri momenti della mia vita avrei certo rifuggito? Non ve lo so dire: come non saprei dirvi davvero quante volte mi vi sono recato e ho poi finito col giurare a me stesso, nell’uscirne, di non tornarvi mai più. Devo credere, per altro, che quelle mie frequenti visite siano state sollecitate pur dal piacere che ho sinceramente provato di pormi in comunione frequente con la più dotta, acuta e geniale persona che là dentro,—con la scienza che lo esamina e lo sorveglia, con la pietà che lo inganna, con occhi che affisandosi su tanti poveri esseri paiono più teneramente meditativi che indagatori—presieda a quell’ignaro dolore. Non posso indicarvi a nome quest’uomo: lo chiamerò il dottor Massimo. E poi, che v’importa di sapere come si chiami? Questa è la narrazione di un fatto i cui pochi personaggi ho io soltanto il diritto di conoscere compiutamente. Quelli che abitano la triste casa di salute mi sono noti, quasi tutti. Con alcuni dei più tranquilli mi son posto, talvolta, persino a discutere, fino a quando non mi ha separato da loro quella mossa che, all’improvviso, han fatto i loro discorsi di uscire dal campo logico per appressarsi, per tornare con un’insistenza, a volte anche pacata, a un mondo di persone e di cose irreali.
II
Ora, una ventina di giorni fa, mentre allineavo su un pluteo della mia piccola libreria un bell’esemplare, in tredici volumi, Della vita e delle opere di Federigo il Grande,—edizione francese del 1789, che la vecchia vedova d’un bibliofilo farmacista di X... mi aveva ceduto per poco denaro—mi capitò un bigliettino del dottor Massimo, così concepito: «Ho qui del buon the, dell’autentico Hyson hayswen che mi arriva direttamente da Annam; ho per le mani un nuovo soggetto—e non ci vediamo da venti giorni!».
—Inutile scrivere al professore—dissi al vecchietto che mi aveva portata la lettera—fra mezz’ora sarò da lui.
Sulla soglia, uscendo, il vecchietto si voltò per raccomandarmi:
—Sa, signore: il paracqua! Il tempo minaccia.
Si preparava, difatti, una brutta giornata: cielo grigio, aria umida e fredda. Qualche goccia di pioggia mi colpì sulla faccia appena misi piede fuori di casa. Sulla via carrettiera mi soffermai un momento: la campagna, nel lontano, mi parve più deserta e malinconica del solito; una nebbiola bassa, come un fumo lieve, le stava sopra e la oscurava un poco.
Il dottore mi venne incontro nel cortile dell’ospizio. Con la sua effusione abituale m’afferrò la mano e me la strinse.
—Vi chieggo scusa se v’ho scomodato. Ma non vi vedevo da tanto tempo! Bravo, ho piacere. Ora concedetemi dieci minuti di permesso: il tempo di dare un’occhiata alle lettere che mi sono giunte adesso. Dieci minuti, e sono ai vostri ordini.
Si ficcò in fretta nel suo studiolo a pianterreno. Ma prima aveva fatto un cenno a un custode, un gigante biondo, che aspettava, col berretto fra le mani.