—Usciamo. Bada ch’è ora di tornare lassù.
De Laurenzi afferrò un tovagliolo e si forbì le labbra, in fretta, e poi lo buttò sulla tavola tutto insudiciato, come uno straccio. Si levò: cacciò la mano nella profondità d’una delle saccocce del suo cappotto, vi pescò e ripescò per buon tratto, e infine cavò fuori quell’artiglio armato d’un mozzicone di sigaro.
—Andiamo—mi fece, dopo avere acceso il mozzicone.
Sulla soglia della trattoria s’arrestò, per ricominciare il discorso.
—E così eccomi in guerra aperta col signor direttore. Si capisce: io sono uno straordinario, pel momento: io sono entrato nel sancta sanctorum senza i titoli che ci vogliono. Titoli? E il mio ingegno, il mio passato? Questi signori non vedono che bibliografia, schedatura, inventarii. E guai a chi è qualcuno o qualcosa! E poi sotterfugi, rapporti segreti, denunzie: ecco la loro maniera di battagliare. Ora, come l’hanno insegnato anche a me, loro mandano ufficii—e io mi dò per malato e vado a Roma.
Si scappellò, con un saluto profondo.
Colui ch’egli aveva salutato gli fece pur di cappello e passò via, in mezzo a quattro o cinque altri che lo accompagnavano e con cui discuteva calorosamente.
—Lupus in fabula—disse de Laurenzi—L’onorevole Maliberti. Non lo conosci?
—No.
—Vuoi che ti presenti, un’altra volta?