—Macché! Ma vuole andarsene proprio adesso? Ma v’è tempo. Guardi, faccia come se il decreto non glie l’avessi comunicato ancora...
—No, no!—disse lui—Mi permetta, mi scusi. Voglio essere ossequente...
—Peccato!—esclamò il direttore, come lo vide uscire e scomparire dietro l’uscio—Dopo trent’anni!
Si levò, s’incamminò fino alla porta, si arrestò sulla soglia. Di fuori s’udivano le voci degl’impiegati, la voce di Stazza che si licenziava, confuse.
Il direttore rientrò. Andò al balcone, guardò nella via, senza badarvi.
Eravamo rimasti soli. Egli tornò addietro, s’appressò alla scrivania, vi cercò qualche carta, la lesse e la buttò lì, sulla tavola, con un moto sdegnoso.
—Mi permette?—chiedevo.
—Guardi, guardi!—esclamò—Guardi un po’ con chi mi sostituiscono quel disgraziato. Aspetti un momento... Legga pure.
Mi pose quella carta sotto gli occhi.
—Come! De Laurenzi!