—Dov’è?

—Non lo vede? Lì, seduto fuori al caffè di rimpetto. Lo vede? A quel tavolo a sinistra della porta. Eccolo che leva gli occhi. Guarda quassù, guarda i nostri balconi.

—Difatti.

Il colosso era lì, seduto a un tavolinetto tondo sul quale stavano il vassoio e la chicchera del caffè. Posava le mani sulle ginocchia e di volta in volta alzava gli occhi e li faceva trascorrere sulla facciata della biblioteca, lentamente.

—Così fa ogni giorno, da un mese—disse l’usciere.

E ripassò il panno sui vetri perchè vedessi meglio.

—Arriva al caffè sulle nove ore, si mette a sedere lì fuori, e vi resta fino a mezzodì. Poi torna dopo pranzo e si rimette allo stesso tavolino e non se ne leva che alle quindici.

—E tu come fai a saper tutto questo?

—Me l’ha detto il caffettiere. Il signor Stazza gli dà una lira al giorno, per l’incomodo.

Mi rimisi a sedere, pensoso. L’usciere, che non si partiva dal balcone, rideva e continuava a guardare rimpetto. E come l’alito suo tepido appannava la vetrata di volta in volta, egli tornava a soffregarla con lo straccio.