Non rispose alcuno. Ma un’ombra era scivolata lungo il muro, dall’altra parte, e aveva svoltato al cantone.

—Che volete fare?—dissi all’ercole, piano.—Qui a Giffuni non sono ladri. Sarà qualche amante...

—M’era parso Rigo—borbottò.—Sa, quello che mangia la stoppa accesa. Il gobbetto. Una vipera... Ma lei è arrivata?

Ero giunto a casa, difatti, e m’arrestavo davanti al portone. Accesi un moccoletto che portavo addosso per la bisogna e si fece un po’ di lume sotto l’arco barocco. E a quella luce indecisa che saliva a stento fino alla testa dell’ercole, mi parve di vedere impallidito il suo volto e diventati minacciosi quei piccoli occhi tondi, fino allora così inespressivi.

Stesi macchinalmente la mano. Egli la strinse fra le sue, diacce, e dell’atto che non s’aspettava parve sorpreso a un tempo e commosso. D’un subito lasciò la mano, mi voltò le spalle e scappò fuori. Andava lesto. Risuonò per buon tratto il romore dei suoi passi precipitosi, nella notte, e poi daccapo tutto tacque.

Come entrai nella mia stanza da letto mi feci al balcone che dava sulla via, e lo apersi, e ficcai lo sguardo laggiù nelle misteriose tenebre del mercato bovino.

La notte era fredda. Sgusciò nella mia camera, per lo schiuso delle vetrate, una folata di vento e quasi me le spalancò a dietro. Mi rivoltavo per tornar dentro quando un grido, all’improvviso, ruppe il profondo silenzio, e seguirono al grido un rumore confuso, un tramestio, laggiù, presso alla baracca, e subito un va e vieni di lumi e d’ombre. S’illuminò dopo un poco—ero rimasto lì inchiodato al balcone—la finestra terrena della caserma dei carabinieri, poco lontana dalla baracca, e novelle ombre frettolose passarono e ripassarono in quel chiaro. Appresso i lumi si spensero intorno intorno, e tornò il buio impenetrabile.

All’aria m’era entrato addosso un gran freddo. La naturale emozione che anche mi penetrava mi tenne desto sotto le coltri per un bel po’. Che cosa dunque era accaduto nella baracca dell’ercole? Al mattino lo seppi. La Rosina se ne era scappata via col pagliaccio, e quel Rigo, il gobbetto, le aveva tenuto mano. E l’ercole aveva accoltellato il gobbetto.

II

Cominciò Giffuni a parermi detestabile, a un tratto.